“I corpi trovati così”. Maldive, le immagini dalla grotta

Francesco Meletti

23/05/2026

Le immagini diffuse nelle ultime ore mostrano uno degli interventi subacquei più complessi e rischiosi degli ultimi anni. Per la prima volta emergono gli scatti realizzati durante le operazioni di recupero dei cinque sub italiani morti nella grotta Kandu, alle Maldive. Fotografie che raccontano dall’interno una missione condotta in condizioni estreme, tra cunicoli sommersi, visibilità quasi nulla e profondità elevate.

Le foto sono state pubblicate sul profilo ufficiale di Dan Europe e realizzate dallo speleosub finlandese Sami Paakkarinen, uno dei professionisti impegnati nel recupero delle salme. Gli scatti mostrano il team all’opera nella prima sezione della grotta, dove la luce naturale riesce ancora a filtrare dall’esterno. Più all’interno, invece, il sistema di cavità sprofonda nel buio totale, trasformando ogni movimento in un rischio costante.

Secondo quanto ricostruito, i corpi dei cinque sub italiani sono stati ritrovati nella parte più interna della grotta, dopo ore di ricerca estremamente difficili. “Siamo stati molto sollevati quando li abbiamo trovati”, ha raccontato Paakkarinen, spiegando che durante le prime immersioni il team aveva iniziato a temere che i dispersi non si trovassero più in quell’area della cavità.

La grotta Kandu e il rischio della visibilità zero

La grotta Kandu si sviluppa fino a circa 60 metri di profondità e per oltre 200 metri di estensione. Nonostante non sia considerata tra le più grandi al mondo, gli esperti la definiscono una delle più insidiose dal punto di vista tecnico. Il problema principale riguarda la visibilità: nelle sezioni più profonde basta il movimento di pochi sub per sollevare sedimenti corallini e ridurre completamente la capacità di orientarsi.

È proprio questo uno degli elementi centrali dell’inchiesta. Secondo le prime ipotesi investigative, il gruppo italiano potrebbe aver perso il corridoio che collegava le due camere principali della grotta, finendo in un cunicolo senza uscita. A quel punto il tempo a disposizione sarebbe diventato pochissimo, con l’autonomia delle bombole progressivamente esaurita.

Gli investigatori stanno cercando di capire se vi siano stati problemi tecnici, errori di orientamento oppure una sottovalutazione della difficoltà del percorso. In ambienti simili, infatti, basta pochissimo per perdere completamente il senso della direzione. Le pareti irregolari, la totale assenza di luce naturale e il sedimento che si alza dal fondale possono trasformare in pochi secondi un’immersione tecnica in una situazione senza via d’uscita.

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