Le grandi inchieste giudiziarie, soprattutto quelle che hanno segnato profondamente l’opinione pubblica italiana, non smettono mai davvero di far discutere. Anche a distanza di anni dalle sentenze definitive, nuove analisi tecniche, riletture investigative e approfondimenti scientifici possono riportare l’attenzione su dettagli rimasti a lungo sullo sfondo o interpretati diversamente durante i processi.
È quanto sta accadendo ancora una volta nel caso dell’omicidio di Chiara Poggi, il delitto di Garlasco che continua a dividere opinione pubblica ed esperti. Al centro delle nuove valutazioni ci sono alcuni approfondimenti tecnici attribuiti ai RIS di Cagliari, che avrebbero portato a una rilettura della scena del crimine e del significato di alcune tracce considerate fondamentali nelle precedenti fasi giudiziarie.
La nuova analisi dei RIS sulla scena del crimine
Secondo quanto emerso dalla documentazione depositata presso la Procura di Pavia, gli investigatori avrebbero riesaminato la dinamica dell’aggressione e gli spostamenti compiuti dall’assassino all’interno dell’abitazione di via Pascoli.
La nuova ricostruzione si concentrerebbe soprattutto sulla distribuzione delle tracce biologiche e delle impronte presenti nei diversi ambienti della casa, elementi che sarebbero stati reinterpretati alla luce di una diversa sequenza temporale degli eventi.
Gli approfondimenti tecnici avrebbero infatti portato a valutare in modo differente alcuni passaggi ritenuti centrali durante il processo ad Alberto Stasi, condannato in via definitiva nel 2015 per l’omicidio della fidanzata.

Il nodo del dispenser del sapone
Uno degli elementi più discussi dell’intera vicenda riguarda da sempre le impronte rilevate sul dispenser del sapone nel bagno dell’abitazione dei Poggi. Durante il processo, questo dettaglio era stato interpretato come compatibile con un presunto tentativo dell’aggressore di lavarsi le mani dopo l’omicidio.
Nelle motivazioni della sentenza definitiva, infatti, la Corte aveva attribuito grande peso all’ipotesi di un accurato lavaggio delle mani, evidenziando l’assenza di tracce di sangue sul rubinetto e sul sifone del lavandino.
Per anni proprio il dispenser è diventato uno degli elementi simbolo dell’accusa nei confronti di Alberto Stasi, contribuendo a rafforzare la ricostruzione secondo cui il giovane si sarebbe fermato nel bagno subito dopo il delitto.
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