Louis Dassilva è libero. Nel cuore della notte tra il 9 e il 10 giugno 2026, la Corte d’Assise di Rimini ha assolto il 36enne senegalese dall’accusa di aver ucciso Pierina Paganelli con la formula più ampia possibile: «per non aver commesso il fatto».
Sedici ore di camera di consiglio, poi il boato in aula. Subito dopo la scarcerazione dal carcere I Casetti. Ad aspettarlo fuori c’era la moglie Valeria Bartolucci, che non ha mai smesso di credergli innocente. L’omicidio di via del Ciclamino, con le sue 29 coltellate e i suoi segreti, torna senza un colpevole. E le parole della moglie lasciano aperta una domanda pesantissima: «Non so a chi toccherà far emergere l’altra parte della verità».
L’uscita dal carcere e le parole che resteranno

Poco dopo le 3 di mattina Dassilva ha varcato i cancelli del carcere con alcuni borsoni in mano. Ha abbracciato Valeria davanti alle telecamere e ha detto: «Ha vinto la giustizia. È la rinascita della giustizia». La moglie, al suo fianco, ha già chiarito che non intendono tornare nel condominio dove è accaduto tutto: «Non torneremo mai più a vivere in via del Ciclamino. Lì ci sono brutti ricordi e brutte persone. Già questa notte eviteremo di tornare nel nostro vecchio appartamento».
Ma è un’altra frase di Valeria Bartolucci quella che ha colpito di più: «Sono felice perché una parte della verità è emersa. Adesso non so a chi toccherà far emergere l’altra». Un’affermazione che dice molto: se Dassilva non ha ucciso Pierina Paganelli, qualcun altro l’ha fatto. E quel qualcuno è ancora ignoto, almeno per la giustizia italiana. La moglie ha anche aggiunto: «La sentenza è stata un riscatto ma la parte bella di questo riscatto deve ancora venire».
Perché l’impianto accusatorio è crollato
In quasi due anni di indagini e sette mesi di processo, la Procura di Rimini guidata dal pm Daniele Paci aveva costruito un caso interamente indiziario: nessun DNA riconducibile a Dassilva sulla scena del crimine, nessuna impronta, nessuna arma del delitto mai trovata. Ma c’è un elemento ulteriore emerso durante il dibattimento che potrebbe aver pesato in modo decisivo: parte del materiale sequestrato, inclusi campioni biologici, era stato mal conservato nei laboratori della Polizia Scientifica, rendendo impossibile ricercare eventuali tracce di DNA o ematiche. Un vizio tecnico che ha ulteriormente indebolito un quadro probatorio già fragile.
Dassilva aveva inoltre consegnato alla polizia abiti diversi da quelli indossati la sera del delitto — un comportamento che la Procura aveva considerato sospetto ma che la difesa aveva inquadrato diversamente. Il fatto che il telefono dell’imputato non registrasse attività tra le 22 e le 22.40 della sera dell’omicidio non è stato ritenuto sufficiente. Neppure la telecamera Cam3 della farmacia di via del Ciclamino, sulla cui interpretazione perito dell’accusa e perito del Tribunale si erano opposti frontalmente.
Manuela Bianchi: assente in aula, indagata per favoreggiamento
Una delle assenze più significative della notte del verdetto è quella di Manuela Bianchi, nuora della vittima e amante di Dassilva, indagata per favoreggiamento. Non era presente né la sua avvocata Nunzia Barzan, né il fratello Loris Bianchi. Manuela aveva confessato di aver incontrato Dassilva in garage la mattina del 4 ottobre, pochi istanti prima di trovare il corpo della suocera, e di aver seguito le indicazioni di Louis su cosa fare e cosa dire alla polizia. La difesa ne aveva sempre contestato l’attendibilità. Con l’assoluzione di Dassilva, la posizione di Bianchi resta aperta: il procedimento per favoreggiamento a suo carico non è ancora chiuso.
In lacrime, invece, il figlio di Pierina Giuliano Saponi — marito di Manuela Bianchi — insieme agli altri fratelli Chiara e Giacomo. I legali della famiglia Paganelli sono usciti dal tribunale immediatamente dopo la lettura della sentenza, senza rilasciare dichiarazioni.
La raccolta fondi da 150mila euro



