Il No ha vinto il referendum sulla giustizia. La riforma costituzionale che prevedeva la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, il doppio CSM con membri sorteggiati e l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare è stata bocciata dagli italiani dopo due giorni di voto e un’affluenza record che aveva fatto sperare il centrodestra in un ribaltamento dell’esito atteso. Ma non è andata così. La riforma — portata avanti dal governo Meloni con il Guardasigilli Carlo Nordio come primo firmatario — è caduta, e con essa si chiude almeno temporaneamente una delle battaglie politiche più accese degli ultimi anni.
A piazza del Popolo a Roma il fronte del No ha festeggiato con fuochi d’artificio e fumogeni. Davanti a Montecitorio si levavano cori di “Meloni dimissioni”. Elly Schlein ha parlato di costruire insieme un’alternativa. Dal lato opposto, invece, si raccolgono i cocci di una sconfitta che pesa — e che in alcuni luoghi simbolici pesa più che altrove.
Uno di questi luoghi è Arcore. E la storia che racconta è straordinaria nella sua precisione numerica.