Quel cunicolo senza uscita e l’aria che finiva: emerge la terribile ipotesi sui cinque sub

Francesco Meletti

22/05/2026

Grotta subacquea Dekunu Kandu alle Maldive

Il nodo dell’autonomia delle bombole

Uno degli aspetti centrali dell’inchiesta riguarda anche l’attrezzatura utilizzata durante l’immersione.

I cinque italiani avevano con sé bombole da dodici litri, considerate standard per molte immersioni tecniche ma con un’autonomia molto limitata a profondità elevate.

“A sessanta metri il consumo dell’aria aumenta drasticamente”, ha spiegato Laura Marroni, sottolineando come il tempo disponibile possa ridursi a circa dieci o dodici minuti.

In un ambiente chiuso come una grotta sottomarina, un margine così ridotto può diventare decisivo, soprattutto in caso di disorientamento o problemi tecnici.

Il team di recupero intervenuto successivamente disponeva invece di attrezzature molto più avanzate, tra cui rebreather, scooter subacquei e sagole guida utilizzate per ritrovare il percorso di uscita.

Non è ancora chiaro se anche il gruppo italiano avesse installato un sistema completo di sagole di orientamento all’interno della grotta.

L’ipotesi dell’eccessiva sicurezza

Tra le ipotesi al vaglio degli investigatori c’è anche quella di una possibile sottovalutazione dei rischi.

Secondo Laura Marroni, nelle immersioni tecniche può verificarsi il fenomeno dell’“overconfidence”, cioè un’eccessiva sicurezza dovuta all’esperienza accumulata negli anni.

Chi pratica immersioni avanzate da molto tempo tende talvolta a percepire come gestibili situazioni che richiedono invece livelli di prudenza ancora più elevati.

Per il momento si tratta soltanto di ipotesi investigative. Saranno le analisi sulle attrezzature, le autopsie e le testimonianze raccolte a chiarire cosa sia realmente accaduto nella grotta di Dekunu Kandu.

Resta intanto il dolore delle famiglie delle vittime e dello stesso mondo della subacquea italiana, profondamente colpito da una delle tragedie più gravi degli ultimi anni.