Sempio dice: “Quando sono andato io il sangue c’era, Stasi ha evitato le macchie”. Una frase che, per gli inquirenti, implica una conoscenza diretta della scena del crimine incompatibile con la versione di chi sostiene di non aver avuto nulla a che fare con il delitto.
Le agende: anni di angoscia per il processo a Stasi
Nell’informativa compaiono anche appunti scritti da Sempio negli anni tra il 2019 e il 2021. Frasi che tracciano un’ossessione costante per le sorti giudiziarie di Stasi: “Molta ansia — 2 archiviazioni”, “Stasi ha chiesto la riapertura”, “mamma in panico per la cosa di Stasi”, “Stasi ricorso in Cassazione”. Per gli inquirenti non è la curiosità di un osservatore neutrale — è l’angoscia di qualcuno che ha qualcosa da perdere a seconda di come va a finire.
I carabinieri demoliscono la condanna di Stasi: “Incomprensibili e paradossali”
La parte più dirompente dell’informativa è quella in cui i carabinieri analizzano le prove che hanno portato alla condanna definitiva di Stasi nel 2015 — e le smontano una a una. “Appare francamente difficile percorrere con logica il filo di una suggestione creata in fase processuale e cavalcata mediaticamente in 18 anni. Tutti gli elementi, o presunti tali, di questa vicenda sono contradditori”, si legge nel documento.
Il caso della bicicletta è emblematico. Per i carabinieri c’era una sola testimone totalmente attendibile — quella che aveva descritto la bici con estrema precisione, una bici “totalmente diversa” da quella sequestrata nel 2014. E poi la questione dei pedali: “È impossibile spiegare un atto più illogico e incongruente dello scambio dei pedali”. Perché uno Stasi “freddo e calcolatore” non avrebbe fatto sparire la bici Holland, ma avrebbe impiegato tempo a smontare i pedali e rimontarli su un’altra bici? “Una domanda a cui non è possibile fornire una risposta logica”.
I carabinieri parlano esplicitamente di “convinzione che Stasi, con la complicità più o meno consapevole di altri soggetti, anche inquirenti, abbia consapevolmente nascosto la bicicletta” — e definiscono questa tesi degna di “personaggi fumettistici”. Un linguaggio inusuale in un documento investigativo ufficiale, che misura la distanza tra la vecchia inchiesta e quella nuova.



