Il tema dei cosiddetti “Dublinanti” è tornato improvvisamente al centro del confronto politico italiano. Nel dibattito di questi giorni, alla sinistra viene contestato di avere riscoperto la questione per ragioni di opportunità e per alimentare una polemica contro il governo. Dietro questa definizione si trovano i migranti la cui domanda d’asilo deve essere esaminata dal Paese europeo attraverso il quale hanno fatto il loro primo ingresso nel territorio dell’Unione.
Il meccanismo deriva dal “Sistema di Dublino”, introdotto negli anni Novanta e aggiornato per l’ultima volta nel 2013 con il “Regolamento di Dublino III”. Il principio di fondo assegna allo Stato di primo arrivo la responsabilità di occuparsi della posizione del richiedente asilo. Ciò significa che una persona entrata inizialmente in Italia e successivamente trasferitasi in un altro Paese europeo può essere rimandata sul territorio italiano affinché la sua domanda venga presa in carico.
La questione è diventata nuovamente attuale dopo le richieste avanzate da alcuni Stati membri, tra i quali la Germania, interessati a riattivare questi trasferimenti. Una possibilità prevista anche dagli accordi collegati al nuovo Patto di asilo e migrazione, entrato in vigore il 12 giugno. Con le nuove regole, infatti, il sistema è tornato a operare secondo modalità simili a quelle esistenti prima della decisione assunta dall’Italia alla fine del 2022.
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Il passaggio decisivo risale al 5 dicembre di quell’anno. Attraverso una circolare del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, la Dublin Unit italiana comunicò alle strutture corrispondenti degli altri Paesi europei la sospensione dei trasferimenti verso l’Italia dei richiedenti asilo coinvolti nel regolamento. La scelta venne motivata con l’elevato numero di arrivi registrato sia via mare sia attraverso le frontiere terrestri e con la necessità di riorganizzare il sistema di accoglienza, già condizionato dalla scarsità dei posti disponibili.
Dalla sospensione restarono esclusi i casi riguardanti il ricongiungimento familiare dei minori non accompagnati. Poco meno di un mese dopo, il 4 gennaio 2023, l’Italia inviò però un nuovo messaggio, ancora più netto, chiedendo la cancellazione di tutti i trasferimenti già programmati. È proprio da queste comunicazioni che nasce il risultato più rilevante contenuto nei dati diffusi dal ministero dell’Interno.
Tra il 5 dicembre 2022 e il 31 dicembre 2025, gli altri Stati dell’Ue hanno presentato complessivamente circa 80mila richieste affinché l’Italia riprendesse in carico altrettanti “Dublinanti”. A fronte di queste istanze, nessun trasferimento sarebbe stato eseguito. In concreto, i migranti arrivati inizialmente sul territorio italiano e successivamente spostatisi, attraverso differenti percorsi, in altri Paesi europei non sono stati riportati in Italia. La sospensione decisa dal Viminale ha quindi impedito a circa 80mila persone di “rientrare” nel nostro Paese.
Il confronto con gli anni precedenti mostra una situazione profondamente diversa. Nel quinquennio compreso tra il 2018 e il 2022 furono ritrasferiti in Italia 17.605 richiedenti asilo. I dati annuali riportati indicano 3.344 trasferimenti nel 2014, 2.963 nel 2015, 4.512 nel 2016, 5.948 nel 2017, 6.468 nel 2018 e 5.987 nel 2019. Il numero scese poi a 1.367 nel 2020, risalì a 1.468 nel 2021 e raggiunse quota 2.315 nel 2022.
Secondo la ricostruzione proposta, durante quattro diversi governi l’Italia avrebbe quindi ripreso in carico oltre 50mila persone in più rispetto al periodo successivo alla sospensione. Una parte consistente dei trasferimenti sarebbe avvenuta durante i due esecutivi rimasti più a lungo in carica, vale a dire il governo Conte II e quello guidato da Mario Draghi. Numeri che vengono contrapposti alla situazione registrata dopo l’intervento di Piantedosi e alle pressioni arrivate dagli Stati europei intenzionati a riattivare le procedure.
La linea adottata dall’Italia sul dossier viene dunque indicata come particolarmente efficace, soprattutto rispetto alla gestione precedente al 2022. La decisione di bloccare i trasferimenti avrebbe consentito al sistema nazionale di affrontare una fase caratterizzata da forti flussi migratori e da strutture di accoglienza vicine alla saturazione, evitando contemporaneamente il ritorno sul territorio italiano di decine di migliaia di richiedenti asilo già presenti in altri Paesi dell’Ue.






