C’è una lettera che Alberto Stasi scrisse dal carcere alle Iene mentre l’Italia sembrava essersi dimenticata di lui. Non chiedeva indulgenza. Non chiedeva compassione. Chiedeva solo una cosa: che qualcuno leggesse le carte processuali e informasse il pubblico sulla base di quello che ci trovava dentro. Oggi viene riportata dalla giornalista Manuela Rella.
Con la Procura di Pavia che ha appena chiuso le indagini su Andrea Sempio come unico responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi e con la strada per la revisione del processo che si apre, rileggerla fa un effetto che all’epoca era impossibile immaginare.
“Vi scrivo da un posto in cui non dovrei stare”
Stasi apriva la lettera con la consapevolezza di chi sa di essere conosciuto, ma non per bocca propria: “Care Iene, vi scrivo da un posto in cui mai avrei pensato di dover vivere, un posto in cui non dovrei stare: il carcere. Il mio nome è Alberto Stasi. Forse avrete sentito parlare di me, ma sono sicuro che, come tutta l’opinione pubblica, non avrete mai sentito parlare di me per bocca mia. Ora è giunto il momento che sia io a parlare di me”.
E subito la dichiarazione centrale, quella che ha ripetuto dal primo giorno: “Io non ho ucciso Chiara e non smetterò mai di ripeterlo”. Sette parole. Le stesse da sempre.
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“Ero il capro espiatorio giusto — facile, semplice, banale”
Il passaggio più brutale — e oggi il più rilevante — è quello in cui Stasi ricostruisce la logica che, a suo dire, aveva guidato le indagini fin dall’inizio: “Io ero il sospettato giusto; ero un buon capro espiatorio, facile, semplice, banale. Perché indagare altrove? Meglio dare in pasto all’opinione pubblica qualcuno piuttosto che ammettere un fallimento”.
E poi la frase che oggi risuona in modo completamente diverso: “Io non so nemmeno chi sia stato: so solo che, a differenza di quello che ho sentito dire per anni, nessuno ha indagato in altre direzioni”. Oggi qualcuno quelle altre direzioni le ha percorse. E ha trovato Sempio.




