C’è una parola attorno a cui Giorgia Meloni ha costruito la sua replica più accesa alla Camera: merito. Di fronte a un’allusione sgradevole arrivata dai banchi dell’opposizione, la presidente del Consiglio non si è limitata a respingerla, ma ha colto l’occasione per rilanciare uno dei capisaldi della sua narrazione politica: l’idea di essere arrivata ai vertici delle istituzioni senza alcun aiuto. Una mossa retorica che ha trasformato un attacco personale in un’arma di rivendicazione.
Da provocazione a rivendicazione
Tutto è nato da un riferimento alle ginocchiere attribuito al deputato Silvestri, percepito dalla premier come un’insinuazione sul modo in cui sarebbe giunta a Palazzo Chigi. Anziché restare sulla difensiva, Meloni ha ribaltato il piano del confronto, rivolgendosi alla collega Laura Boldrini e spostando la discussione sul terreno del rispetto delle donne.
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Il vero punto, secondo la presidente del Consiglio, non sarebbe l’allusione in sé, ma la difficoltà dell’opposizione ad accettare la sua ascesa. Da qui la frase destinata a fare il giro dei media: essere arrivata dove è arrivata senza aiuti, senza favoritismi e senza scorciatoie.
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La narrazione del percorso self-made
Quella della scalata senza scorciatoie non è una novità nel repertorio comunicativo di Meloni, che fin dagli esordi ha costruito la propria immagine pubblica sull’idea di un percorso partito dal basso e portato avanti con tenacia. Rivendicare il merito significa, per la premier, presentarsi come l’incarnazione di un modello in cui i risultati dipendono dall’impegno individuale e non da appoggi esterni.
In questa chiave, anche l’episodio della Camera diventa funzionale: trasformare un’offesa in un’occasione per ribadire la propria coerenza biografica e rafforzare il legame con il proprio elettorato. Una strategia che punta a consolidare l’identità della leader più che a vincere il singolo scambio dialettico.
L’affondo sul ruolo della prima donna premier




