Dal lato della maggioranza, i toni sono stati opposti. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fdi alla Camera, ha definito la missione “un segnale di grande attenzione per le famiglie e le imprese”, mentre il suo omologo al Senato, Lucio Malan, ha sottolineato come il fatto di essere il primo leader occidentale nell’area dall’inizio del conflitto conferisca all’Italia “un prestigio particolare” sul piano internazionale.



Il punto politico, in fondo, è semplice: se il viaggio porta a casa contratti energetici più vantaggiosi, prezzi più bassi e forniture garantite, chi ci avrà guadagnato saranno gli italiani. E in quel caso, la domanda che resterà sospesa nell’aria sarà una sola: l’opposizione cosa avrebbe fatto di diverso, e perché non lo ha detto prima?
Energia, politica estera e consenso: cosa c’è davvero in gioco
Al di là delle scaramucce quotidiane tra maggioranza e opposizione, la questione energetica resta uno dei nodi strutturali più delicati per l’Italia. Il nostro Paese sconta da decenni una dipendenza cronica dalle forniture estere, aggravata dalla crisi del gas seguita al conflitto russo-ucraino e ora ulteriormente complicata dallo scenario mediorientale.
In questo contesto, costruire relazioni solide con i Paesi del Golfo — Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti — non è un’operazione mediatica ma una necessità concreta. Lo sanno bene Francia e Germania, che da anni curano questi rapporti con continuità diplomatica, indipendentemente dal colore del governo in carica. L’Italia, in questo senso, ha spesso accumulato ritardi che oggi si pagano in termini di potere contrattuale e vulnerabilità geopolitica.
Il viaggio di Meloni si inserisce in una strategia più ampia che punta a diversificare le fonti di approvvigionamento, ridurre l’esposizione a singoli fornitori e guadagnare spazio negoziale in un momento in cui l’energia è diventata, di fatto, uno strumento di politica internazionale. Criticare tutto questo senza proporre alternative credibili non è opposizione: è rumore di fondo.
