Ci voleva l’assemblea dell’ABI — l’Associazione Bancaria Italiana, notoriamente il luogo ideale per le grandi rese dei conti della politica italiana — per far esplodere quello che bolliva da tempo. Il ministro per la Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo e il suo predecessore Renato Brunetta, oggi presidente del CNEL, si incontrano a margine dell’evento. Davanti a diversi presenti esterrefatti, la scena degenera rapidamente: trilli, recriminazioni, urla, veleni, e pure uno strattone al braccio. Il termometro, precisa la Repubblica nella sua ricostruzione, non c’entra.
A innescare tutto è un’intervista rilasciata da Zangrillo la settimana precedente al quotidiano La Stampa, in cui il ministro critica apertamente la riforma della Pubblica Amministrazione firmata dal suo predecessore. Brunetta legge, si infuria, e decide che la questione va risolta di persona. A cominciare il battibecco è lui: è il presidente del CNEL, inviperito, ad attaccare per primo il successore ad alta voce, con tanto di strattone del braccio. «Quelle cose non dovevi proprio dirle». Zangrillo non si scompone: «E perché mai? L’ho detto e lo ripeto: quella riforma ha fallito. Lo penso e lo dichiaro».
Brunetta prova una via laterale: «Ma certe cose si possono anche pensare, ma non è bello dirle, non è affatto fair». Una parola interessante, fair, nella bocca dell’uomo che da ministro aveva chiamato «fannulloni» centinaia di migliaia di dipendenti pubblici davanti alle telecamere di mezzo paese. Ma lasciamo perdere. Zangrillo non abbocca: «Io rispondo agli italiani, non certo a te». Brunetta alza la voce: «Non sai quello che dici. Hai raccolto i frutti del mio lavoro». È la classica difesa del predecessore — tutto il bene che c’è è mio, tutto il male è di chi è venuto dopo. Zangrillo però ha in mano un argomento scomodo, e lo usa: «Non penso e non lo pensa neanche la Corte dei Conti, che ha rilevato come il 90% dei dipendenti pubblici aveva risultati eccellenti».
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È un colpo preciso. Il 90% di dipendenti eccellenti è la prova più plastica del fallimento del sistema meritocratico che Brunetta aveva costruito e di cui si vantava. Le famose «tre fasce» del decreto legislativo 150 del 2009, che avrebbero dovuto premiare i migliori e penalizzare i peggiori, si erano trasformate nel tempo in una distribuzione di stellette a pioggia. Non Zangrillo che lo dice: la Corte dei Conti. Brunetta non ha una risposta tecnica. Ne ha una politica, e sceglie lo sport nazionale dello scaricabarile: «Colpa dei miei successori». Zangrillo non si lascia sfuggire l’occasione: «Ma sei stato ministro di nuovo con Draghi!». La risposta di Brunetta è un capolavoro involontario: «Quel periodo avevo altre cose da fare». Mica è un fannullone, lui. E via, senza nemmeno una stretta di mano.
La storia però non finisce nell’atrio dell’ABI. Brunetta, tornato a Villa Lubin, decide che lo scontro verbale non è bastato e manda una lettera. La spedisce al «caro Paolo» — un’intimità che stride un po’ con lo strattone di poche ore prima — e sciorina dati sulla PA sotto la gestione Zangrillo. Il punto centrale: i dirigenti valutati con punteggio inferiore a 100/100 sono l’11% nel 2024; nel biennio 2021, sotto la sua gestione, erano il 33%. Il ragionamento è sofisticato quanto autoreferenziale: «Il fenomeno che denunci si è accentuato sotto la tua guida. Ti invito a riflettere su entrambe le circostanze: la prima consegna alla tua diagnosi il valore di un’autocritica; la seconda dice qualcosa sullo stato della trasparenza che il 2009 aveva voluto totale». Se la riforma non ha funzionato, si legge ancora nella missiva, sarebbe colpa di chi è succeduto a Brunetta — dice Brunetta. «A mancare, in questi anni, sono stati orchestrali e arrangiatori». Conclusione: «Con immutato affetto». Dopo lo strattone, le urla, la lettera di protesta, e quattro paragrafi in cui sostanzialmente accusa il successore di aver peggiorato tutto. L’affetto, nella politica italiana, è evidentemente un sentimento molto elastico.
Quella all’ABI non è stata una lite improvvisa: sono anni di ruggini sotterranee. Zangrillo non ha mai condiviso lo spirito della riforma Brunetta — quella visione punitiva, aggressiva, fondata sull’idea che la PA fosse un corpo malato da operare con il bisturi dell’inflessibilità. Chi sbaglia va allontanato, ripete spesso, ma il grosso dei dipendenti va valorizzato, non umiliato preventivamente. Anche sul maxi-stipendio al CNEL — l’autoadeguamento da 240mila a 311mila euro dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha abolito il tetto, poi revocato sotto la pressione di Meloni e di tutto l’arco parlamentare — si erano già registrate frizioni. Zangrillo ha presentato una riforma per fissare nuovi paletti, anche se è ferma nei cassetti del governo.
Quello che è certo è che lo scambio all’ABI ha reso esplicito qualcosa che in politica di solito resta sottotraccia: i ministri che si succedono allo stesso dicastero raramente si stimano davvero. Si rispettano formalmente, si elogiano nei comunicati di passaggio di consegne. Poi, quando si incontrano a margine di un’assemblea bancaria, viene fuori lo strattone. Zangrillo l’ha scritto su La Stampa. Brunetta ha risposto con urla, veleni e una lettera con immutato affetto. La PA aspetta (e sotto sotto tifa per Zangrillo)





