Il dettaglio che colpisce di più è quello della carrozzina. “Io lo accompagnavo a scuola la mattina con la carrozzina. E questa cosa mi ha angosciato tanto perché avere un figlio in condizioni che non si muoveva, un figlio che era sofferente, questa è stata un’angoscia terribile”. Un padre che spinge la carrozzina del figlio adolescente verso scuola, cercando di mantenere una parvenza di normalità in un periodo in cui la normalità non esisteva per nessuno.
E poi la sera: “La sera gli leggevo qualcosa, noi avevamo sempre questa abitudine, però è stato faticosissimo. Io ho cercato di tenerlo al riparo, cercavo di distrarlo quando c’ero io”. Il gesto classico del genitore che non vuole che il figlio veda quanto sia difficile guardarlo soffrire. Che finge di essere forte perché l’altro possa permettersi di essere fragile.
“Niccolò è uscito — sono il papà più felice del mondo”
Conte non ha spiegato la natura della malattia né il percorso di guarigione — una scelta di riservatezza comprensibile su un argomento così personale e delicato. Ma ha raccontato il finale con un sollievo che si sente ancora nelle parole: “Niccolò è uscito da questi due anni angoscianti. Questo mi ha reso il papà più felice del mondo”.
Una frase semplice, diretta, senza retorica. Quella di un uomo che ha imparato — probabilmente in quel periodo — cosa conta davvero. Più dei sondaggi, più dei voti di fiducia, più di qualsiasi battaglia parlamentare. Una confessione insolita per chi ha sempre tenuto i confini tra vita pubblica e privata molto netti. E forse proprio per questo così efficace.




