Se il governo intende davvero ridurre il numero delle imposte e alleggerire il carico fiscale, c’è una misura dalla quale potrebbe cominciare: la Sugar tax. Più che chiedersi quando farla entrare in vigore, sarebbe ormai necessario valutare se abbia ancora senso conservarla. La sua storia, del resto, è segnata da continui rinvii e da dubbi che coinvolgono tanto la reale efficacia sanitaria quanto le conseguenze economiche.
L’imposta sulle bevande zuccherate è stata introdotta con la legge di bilancio del 2020, ma non è mai diventata operativa. In cinque anni la sua applicazione è stata posticipata otto volte. Una sequenza difficile da considerare un semplice incidente di percorso: se la misura avesse fondamenta solide e benefici evidenti, difficilmente i governi avrebbero continuato a sospenderla, cercando di volta in volta le risorse necessarie per evitarne l’avvio.
Il punto, quindi, non è aggiungere un nono rinvio. La scelta più coerente sarebbe cancellare definitivamente una tassa che rischia di aumentare i prezzi senza produrre gli effetti promessi. Il provvedimento viene presentato come uno strumento per favorire abitudini più sane, ma i numeri relativi al mercato italiano raccontano una trasformazione già avvenuta senza l’intervento di una nuova imposizione fiscale.
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Tra il 2015 e il 2024, infatti, il consumo di bevande zuccherate in Italia è diminuito del 27%. L’84% degli italiani non ne consumerebbe affatto, mentre chi continua ad acquistarle ne berrebbe mediamente l’equivalente di un quarto di bicchiere al giorno. La platea sulla quale dovrebbe intervenire la tassa si è dunque già ridotta, così come è cambiata profondamente l’offerta presente sugli scaffali.

Negli ultimi anni le aziende del comparto hanno ridotto tra il 41% e il 44% la quantità di zucchero immessa al consumo. Parallelamente, le bevande a ridotto o nullo contenuto calorico sono arrivate a rappresentare il 74% dell’offerta, anche grazie al protocollo sottoscritto con il ministero della Salute. Il confronto con il Regno Unito è significativo: la Soda tax britannica avrebbe prodotto una riduzione dello zucchero del 38%, inferiore a quella ottenuta in Italia senza introdurre alcun prelievo aggiuntivo.
Anche le esperienze degli altri Paesi invitano alla prudenza. L’Oms continua a raccomandare la tassazione delle bevande zuccherate, ma i risultati registrati dove queste misure sono state applicate non appaiono univoci. In Francia, nei Paesi Bassi, in Irlanda e in Romania i tassi di obesità avrebbero continuato a crescere nonostante la presenza dell’imposta. In Francia, nei Paesi Bassi, in Romania e in Portogallo sarebbe inoltre aumentato il consumo complessivo di zucchero.
Alcuni governi hanno già compiuto il percorso inverso. Danimarca, Norvegia e Islanda hanno eliminato le rispettive imposte dopo analisi costi-benefici considerate sfavorevoli. Non si tratta, quindi, soltanto di una contrapposizione ideologica tra favorevoli e contrari, ma della necessità di giudicare una tassa sulla base dei risultati concreti e non delle intenzioni con cui era stata immaginata.
In Italia il conto finirebbe soprattutto sulle spalle dei consumatori. Secondo i calcoli richiamati nel dibattito, l’imposta comporterebbe un aumento della pressione fiscale su un litro di bevanda fino al 28%, con un incremento del 14% già riferito al biennio 2024-2025. Il rischio è che il provvedimento si trasformi in un rincaro alla cassa, colpendo le famiglie senza determinare un miglioramento misurabile della salute pubblica.
Le conseguenze riguarderebbero anche un settore che vale circa 4,9 miliardi di euro, genera un indotto stimato in 5,4 volte il valore prodotto e sostiene occupazione diretta e indiretta. Le valutazioni di Nomisma richiamate da Assobibe indicano che l’introduzione della tassa potrebbe provocare, nel primo biennio, una contrazione del mercato del 16%. A questo si aggiungerebbero fino a 5.050 posti di lavoro a rischio e circa 400 milioni di euro in meno negli acquisti di materie prime dai fornitori nazionali.
Giorgia Meloni ha parlato della necessità di sfoltire e ridurre le tasse. La Sugar tax rappresenta il banco di prova ideale per trasformare quell’obiettivo in una decisione concreta. Dopo otto rinvii, continuare a rimandare significherebbe soltanto prolungare l’incertezza per imprese e consumatori. Se nessuno ha avuto finora la convinzione di applicarla, è arrivato il momento di eliminarla definitivamente.






