Il debito pubblico italiano sempre più in mani straniere

Francesco Meletti

17/08/2026

Il debito pubblico italiano continua a crescere, ma dietro l’aumento dello stock complessivo si sta verificando un cambiamento altrettanto rilevante. A mutare non è soltanto la quantità di risorse che lo Stato deve finanziare, bensì la composizione dei soggetti che acquistano e detengono i titoli. Il risultato è un mercato sempre meno legato a un unico canale e progressivamente più distribuito tra investitori domestici e internazionali.

A giugno 2026 il debito ha raggiunto i 3.207,2 miliardi di euro, superando così la soglia dei 3.200 miliardi. Alla fine del 2025 si attestava a 3.095,9 miliardi: in sei mesi l’incremento è stato quindi di 111,4 miliardi, pari al 3,6%. L’analisi del Centro studi di Unimpresa, realizzata attraverso la rielaborazione delle statistiche della Banca d’Italia, mostra però che questa nuova massa di debito non si è distribuita in modo uniforme tra le diverse categorie di detentori.

Uno dei fenomeni più evidenti riguarda il progressivo arretramento della Banca d’Italia. A giugno 2026 Via Nazionale deteneva 537 miliardi di euro, equivalenti al 16,7% del debito complessivo. Soltanto alla fine del 2025 la consistenza era di 574,1 miliardi e la quota raggiungeva il 18,5%. Nel giro di sei mesi si è dunque registrata una riduzione di circa 37 miliardi, accompagnata da una contrazione del peso percentuale di quasi due punti.

Per comprendere la portata di questo ridimensionamento occorre tornare indietro di alcuni anni. Nel 2000 la banca centrale deteneva appena 64 miliardi di debito pubblico, pari al 4,7% del totale, e per oltre quindici anni la sua presenza era rimasta relativamente limitata. La svolta era arrivata nel 2015, con l’avvio dei programmi di acquisto della Banca centrale europea e con la successiva stagione del quantitative easing.

La presenza della Banca d’Italia aveva raggiunto il proprio massimo nel 2022, quando il suo portafoglio comprendeva 721,1 miliardi di titoli, pari al 26,1% dell’intero debito pubblico. Da quel momento è iniziato il percorso inverso: 695,5 miliardi nel 2023, 642,1 miliardi nel 2024, 574,1 miliardi nel 2025 e infine 537 miliardi a giugno 2026. Dal picco del 2022 la riduzione è stata quindi di circa 184 miliardi, mentre l’incidenza è diminuita di oltre nove punti percentuali.

Il ritiro della banca centrale si è verificato mentre il debito complessivo continuava ad aumentare. Tra il 2022 e giugno 2026 lo stock è passato da 2.764,5 a 3.207,2 miliardi, con una crescita di circa 442,8 miliardi. Il mercato ha dovuto quindi assorbire contemporaneamente sia le nuove emissioni necessarie a finanziare l’aumento del debito sia i titoli non più detenuti dalla Banca d’Italia.

Anche la posizione delle banche italiane racconta una trasformazione importante. A giugno 2026 gli istituti di credito detenevano 654,6 miliardi di euro, pari al 20,4% del totale. Alla fine del 2025 la consistenza era di 618,1 miliardi, mentre nel 2024 si fermava a 596,6 miliardi. Negli ultimi sei mesi considerati dall’analisi, l’aumento è stato quindi di 36,5 miliardi e la quota è salita dal 20% al 20,4%.

Il confronto con il passato rende il dato ancora più significativo. Nel 2000 le banche possedevano circa 195 miliardi di debito pubblico, pari al 14,4%. Durante la crisi del debito sovrano europeo la loro esposizione era poi cresciuta rapidamente, fino a raggiungere nel 2013 circa 653,8 miliardi, equivalenti al 30,6% del totale. Il valore nominale di allora era quasi identico ai 654,6 miliardi di giugno 2026, ma oggi quella stessa cifra rappresenta soltanto il 20,4% del debito.

In tredici anni, quindi, la consistenza detenuta dalle banche è rimasta praticamente invariata, mentre il suo peso relativo è diminuito di oltre dieci punti percentuali. Il confronto con il 2022 conferma la stessa tendenza: quattro anni prima gli istituti possedevano 666,3 miliardi, pari al 24,1% del totale. A giugno 2026 la consistenza risultava inferiore di circa 11,7 miliardi e l’incidenza era scesa di quasi quattro punti. Le banche restano un pilastro del finanziamento dello Stato, ma il debito risulta meno concentrato nei loro bilanci rispetto agli anni della crisi sovrana.

Parallelamente è tornato a crescere il ruolo del risparmio privato. Le consistenze riconducibili alle famiglie e agli altri residenti hanno raggiunto a giugno 2026 i 468,2 miliardi, pari al 14,6% del debito. Alla fine del 2025 erano 447,8 miliardi, con un incremento stimato di 20,4 miliardi nei primi sei mesi del 2026. Nel 2024 si attestavano a 417,6 miliardi, nel 2023 a 379,6 miliardi e nel 2022 a 262,8 miliardi.

Dal 2022 a giugno 2026 l’aumento della componente familiare è stato di 205,4 miliardi, pari a circa il 78%. Il confronto con il 2021 è ancora più netto: allora la consistenza era di 213,1 miliardi e rappresentava soltanto il 7,9% del debito. In poco più di quattro anni il valore è cresciuto di circa 255 miliardi, con un incremento vicino al 120%, mentre la quota è salita al 14,6%. Il peso resta comunque inferiore a quello registrato nei primi anni Duemila: nel 2002 la componente degli altri residenti arrivava al 30,4%.

Più stabile appare invece il ruolo dei fondi e delle altre istituzioni finanziarie residenti. A giugno 2026 questa categoria deteneva 391,4 miliardi di euro, pari al 12,2% del totale. Il valore era di 392,7 miliardi nel 2025, 394,7 miliardi nel 2024, 395,2 miliardi nel 2023 e 382,9 miliardi nel 2022. Le oscillazioni nominali sono state quindi contenute, mentre il peso percentuale è sceso dal 13,9% del 2022 al 12,2%, soprattutto a causa della crescita più rapida del debito complessivo e delle altre componenti.

È nella seconda parte della fotografia tracciata da Unimpresa che emerge il cambiamento più rilevante. Il principale gruppo di detentori del debito pubblico italiano è ormai rappresentato dagli investitori stranieri, arrivati a possedere 1.156 miliardi di euro. La componente estera controlla così il 36% del totale, più di un euro ogni tre finanziati dallo Stato.

La distribuzione complessiva vede dunque al primo posto gli investitori internazionali con 1.156 miliardi, seguiti dalle banche italiane con 654,6 miliardi, dalla Banca d’Italia con 537 miliardi, dalle famiglie con 468,2 miliardi e dai fondi e dalle altre istituzioni finanziarie residenti con 391,4 miliardi. Nessuna singola categoria raggiunge il 40%, ma il divario tra la componente estera e tutti gli altri gruppi è diventato ormai particolarmente ampio.

L’accelerazione si è fatta sentire soprattutto nei primi sei mesi del 2026. Alla fine del 2025 gli investitori stranieri detenevano 1.063,2 miliardi, equivalenti al 34,3% del debito. A giugno la consistenza stimata è salita di 92,8 miliardi, portando la quota al 36%. Nello stesso periodo, mentre la Banca d’Italia riduceva la propria esposizione, le banche e le famiglie aumentavano la quantità di titoli detenuti e i fondi restavano sostanzialmente stabili.

Il percorso della componente estera è stato particolarmente rapido. Nel 2022 gli investitori stranieri possedevano 731,4 miliardi di debito italiano, pari al 26,5% del totale. La cifra era salita a 781,4 miliardi nel 2023, a 916 miliardi nel 2024, a 1.063,2 miliardi nel 2025 e infine a 1.156 miliardi a giugno 2026. In meno di quattro anni l’aumento è stato di 424,6 miliardi, pari a circa il 58%, mentre la quota è cresciuta di quasi dieci punti percentuali.

Il cambiamento rispetto al 2022 è particolarmente netto. Allora gli investitori stranieri, con il 26,5%, e la Banca d’Italia, con il 26,1%, avevano un peso sostanzialmente analogo. Quattro anni dopo la distanza è diventata molto ampia: gli stranieri sono saliti al 36%, mentre la banca centrale è scesa al 16,7%. In termini nominali, la componente estera è cresciuta di quasi 425 miliardi e quella della Banca d’Italia si è ridotta di circa 184 miliardi.

Anche il confronto con il periodo precedente alla pandemia conferma il rafforzamento della domanda internazionale. Nel 2019 gli investitori esteri detenevano 764,8 miliardi di debito pubblico italiano, pari al 31,7%. A giugno 2026 la consistenza risultava superiore di oltre 391 miliardi e la quota era cresciuta di più di quattro punti percentuali.

Il 36% raggiunto nel 2026 non costituisce comunque il massimo storico in termini percentuali. Nel 2006 la presenza straniera era arrivata al 39,8% del debito. La differenza riguarda soprattutto le dimensioni nominali: all’epoca lo stock complessivo era molto più contenuto, mentre oggi il 36% di oltre 3.200 miliardi corrisponde a più di 1.150 miliardi di euro.

La nuova geografia del debito appare quindi maggiormente orientata al mercato e meno dipendente dagli acquisti della banca centrale. Tra il 2022 e giugno 2026, oltre alla crescita di quasi 425 miliardi della componente estera, si è registrato un aumento superiore a 205 miliardi per le famiglie. Le banche sono rimaste sostanzialmente stabili rispetto ai livelli del 2022 e i fondi hanno evidenziato variazioni limitate.

La presenza di una platea più ampia di investitori può contribuire a ridurre la dipendenza da un singolo canale di finanziamento. Allo stesso tempo, la minore concentrazione dei titoli nei bilanci delle banche limita, rispetto ai picchi del 2013, l’interdipendenza tra rischio sovrano e rischio bancario. Il debito rimane tuttavia su livelli molto elevati e la sostenibilità della finanza pubblica non può essere valutata soltanto osservando la capacità del mercato di acquistare nuove emissioni.

Secondo Paolo Longobardi, presidente di Unimpresa, il cambiamento sarebbe collegato anche alla maggiore fiducia nei confronti del Paese. Longobardi sintetizza la trasformazione con queste parole: “Il mercato assorbe il progressivo ritiro della banca centrale e l’Italia riesce ad attrarre capitali sia all’interno sia all’estero, grazie alla stabilità del governo”.

La lettura proposta dal presidente di Unimpresa insiste sulla capacità degli investitori privati di sostituire progressivamente la presenza della banca centrale e di finanziare, nello stesso tempo, l’aumento del debito pubblico. “I dati sulla composizione del debito pubblico italiano mostrano una trasformazione strutturale che merita grande attenzione. La base dei detentori si è progressivamente ampliata e diversificata e oggi presenta un equilibrio molto diverso rispetto agli anni delle politiche monetarie straordinarie. Il dato più evidente è il ritorno massiccio degli investitori internazionali, che hanno più fiducia, grazie alla stabilità del governo guidato da Giorgia Meloni, nel nostro Paese: superare quota 1.150 miliardi e arrivare a circa il 36% del debito significa che il mercato internazionale continua a mostrare una forte capacità di assorbimento dei titoli italiani. Dal 2022 parliamo di quasi 425 miliardi aggiuntivi riconducibili alla componente estera. Allo stesso tempo, si rafforza la partecipazione del risparmio domestico, mentre la Banca d’Italia continua ordinatamente a ridurre il proprio peso. È significativo che tutto questo avvenga mentre lo stock del debito supera i 3.200 miliardi: il mercato non soltanto sta sostituendo progressivamente la banca centrale, ma sta assorbendo anche nuove emissioni. Il nostro Paese dimostra quindi di riuscire ad attrarre capitali sia all’interno sia all’estero. Anche il ruolo delle banche appare oggi più equilibrato rispetto al passato: le consistenze restano importanti, ma la quota è di circa dieci punti inferiore rispetto al massimo raggiunto durante la crisi del debito sovrano. Una base di detentori più ampia e diversificata riduce la dipendenza da singoli canali di finanziamento e rende il mercato più profondo e resistente agli shock. Il debito pubblico italiano resta molto elevato e richiede attenzione sul fronte della finanza pubblica, ma la struttura finanziaria attraverso la quale viene assorbito appare oggi più articolata e diversificata”, commenta Longobardi.

Il quadro ricostruito a giugno 2026 mostra così un debito più alto, ma distribuito in maniera differente rispetto agli anni degli acquisti straordinari della banca centrale. La Banca d’Italia continua a ridimensionare il proprio portafoglio, le famiglie tornano a finanziare in misura crescente lo Stato, le banche mantengono una presenza rilevante senza raggiungere la concentrazione del passato e gli investitori internazionali diventano il principale sostegno del mercato. La vera trasformazione non riguarda quindi soltanto il superamento dei 3.200 miliardi, ma il modo in cui questa enorme massa di debito viene oggi assorbita.