La Romania sprofonda in una nuova crisi politica, e questa volta i numeri sono da record. Il parlamento di Bucarest ha sfiduciato oggi il primo ministro Ilie Bolojan con 281 voti favorevoli su 330 — la mozione con il più alto numero di consensi nella storia parlamentare rumena. Un paese già provato da anni di instabilità — elezioni presidenziali annullate, riorganizzate, due governi formati in rapida successione — si ritrova ancora una volta senza guida chiara, con un’economia fragile e nessuna soluzione politica all’orizzonte.
L’alleanza che nessuno si aspettava
A rendere questa crisi ancora più sorprendente è chi ha votato la mozione. Da una parte i Socialdemocratici, all’opposizione da aprile dopo aver abbandonato la coalizione di governo. Dall’altra l’Alleanza per l’Unità dei Romeni (AUR), partito di estrema destra. Due forze che non hanno mai governato insieme, che hanno dichiarato esplicitamente di non volerlo fare — eppure si sono compattate in modo trasversale per far cadere Bolojan.
Il punto di incontro? La politica fiscale. Entrambi i partiti contestano le misure di austerity adottate dal governo negli ultimi mesi, ritenendole eccessive e socialmente insostenibili. I Socialdemocratici in particolare temevano che restare dentro un governo così impopolare li avrebbe penalizzati alle prossime elezioni, accelerando la perdita di consensi a favore dell’estrema destra.
Chi era Bolojan e cosa aveva fatto
Ilie Bolojan, esponente del Partito Nazional Liberale (PNL), era stato nominato primo ministro a maggio dell’anno scorso con un mandato chiarissimo e durissimo: ridurre il deficit rumeno — tra i più alti dell’Unione Europea — e sbloccare oltre 8 miliardi di euro in fondi europei fermi per mancanza di riforme strutturali. Il suo governo era sostenuto da PNL, dai liberali dell’Unione Salva Romania (USR) e dal partito della minoranza ungherese (UDMR).
Per raggiungere questi obiettivi, il governo aveva adottato misure che hanno fatto esplodere il malcontento popolare. A giugno: aumento dell’IVA, incremento delle accise, nuove tasse per banche e settore delle scommesse, tetto agli stipendi e alle pensioni pubbliche. A settembre: riforma sanitaria e amministrativa per tagliare i costi, aumento dell’età pensionabile dei magistrati e tentativo di introdurre uno stipendio massimo — poi annullato dalla Corte Costituzionale.




