Nel frattempo, la piazza si è progressivamente riempita di volti noti e militanti della prima ora. Tra gli arrivi più applauditi quello di Luca Zaia, accolto calorosamente dai presenti, mentre il ministro Giancarlo Giorgetti è stato visto sin dalle prime ore con una cravatta verde, simbolo dell’appartenenza storica al movimento. Presenti anche numerosi esponenti istituzionali, tra cui la premier Giorgia Meloni, insieme ai vertici della Lega e del governo.

A sottolineare il carattere popolare dell’evento è stato il senatore Massimiliano Romeo, che ha spiegato come la famiglia abbia voluto un funerale aperto ai militanti: “Questa celebrazione ha un significato, di vicinanza con il popolo leghista, infatti, può essere definito un funerale di popolo”. Parole che riflettono il legame profondo tra Bossi e la base del movimento, costruito nel corso di decenni di battaglie politiche.

Ma è proprio a metà della cerimonia che il clima si è fatto più acceso. Dalla folla si sono levati cori storici come “Bossi, Bossi. Padania libera” e “Roma ladrona il Nord non perdona”, richiami alla Lega delle origini che non sono passati inosservati. Alcuni presenti hanno giudicato questi slogan fuori luogo in un momento così solenne, trasformando il raccoglimento in un’occasione di divisione e polemica.
Le tensioni sono esplose soprattutto all’arrivo del segretario della Lega, Matteo Salvini, contestato da una parte dei militanti. “Molla la camicia verde, vergogna”. È la frase che hanno urlato a Matteo Salvini alcuni militanti del Partito popolare per il Nord, promosso da Roberto Castelli. Il leader si è presentato con la tradizionale camicia verde, ma il gesto non è stato apprezzato da tutti. Mentre saliva i gradini dell’abbazia, alcuni presenti hanno scandito “Bossi, Bossi”, accompagnati da fischi e urla di “vergogna”.
Nonostante le contestazioni, la cerimonia è proseguita tra momenti di forte intensità emotiva. Qualcuno ha accennato anche il canto del “Va’ pensiero”, poi intonato dal coro degli alpini, in un passaggio che ha riportato il silenzio e la solennità tra i presenti. Un momento simbolico che ha unito tradizione, politica e identità culturale in un unico gesto collettivo.
L’ultimo saluto a Umberto Bossi si è così trasformato in uno specchio della Lega di oggi: divisa tra memoria e presente, tra radici e nuove leadership. Un funerale che, come aveva previsto Romeo, è stato davvero “di popolo”, ma che ha anche mostrato le fratture interne di un movimento che continua a confrontarsi con la propria storia.