A rafforzare questa lettura ci sono i precedenti dei referendum costituzionali recenti, in cui l’esito è stato spesso accompagnato da un dibattito parallelo sulla partecipazione. Nel 2001 la riforma del Titolo V venne approvata con il 64,21% di sì a fronte di un’affluenza del 34,05%. Nel 2006 la riforma promossa dal governo Berlusconi fu respinta: il no ottenne il 61,29% con una partecipazione del 53,8%. Nel 2016, con il referendum Renzi-Boschi, l’affluenza arrivò al 65,48% e il no prevalse con il 59,12%. Nel 2020, sul taglio dei parlamentari, vinse il sì con il 69,9% e un’affluenza del 53,8%.
Affluenza e validità del voto: perché resta il vero nodo
In un voto senza quorum, l’assenza di una soglia minima non elimina l’attenzione sulla partecipazione: al contrario la sposta sul piano politico e comunicativo. Un risultato ottenuto con un’affluenza bassa tende infatti a essere letto come meno “rappresentativo” in termini di consenso sociale, pur restando pienamente efficace sotto il profilo formale.
Per questo le forze politiche seguono con attenzione l’andamento dei dati diffusi nel corso delle due giornate, confrontandoli con le tornate precedenti e con i trend territoriali. Le differenze tra grandi città, aree interne e regioni con storiche oscillazioni nella partecipazione possono incidere sull’interpretazione complessiva del voto, soprattutto quando la competizione si gioca su margini ridotti.
Scontro politico e polemiche: il caso Matteo Salvini
L’avvio del voto è segnato anche da nuove polemiche. Il vicepremier Matteo Salvini pubblica sui social una card con la scritta “sì”, un gesto che viene contestato perché in contrasto con il silenzio elettorale. L’episodio riaccende le tensioni di una campagna già polarizzata e porta nuovamente il tema delle regole di comunicazione nelle ore di voto al centro del dibattito.
La riforma divide nettamente il quadro politico. Per il sì si schierano i partiti di governo – Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi moderati – insieme ad Azione e +Europa. Per il no, invece, si collocano Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, con il sostegno di associazioni e di una parte del mondo sindacale. Il confronto, oltre al merito dei quesiti, finisce quindi per assumere un valore di misurazione dei rapporti di forza tra schieramenti.

I punti chiave della riforma: carriere, Csm e Alta corte
Nel merito, uno dei temi centrali è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. I sostenitori del sì la indicano come uno strumento per rafforzare la percezione di imparzialità del giudice, distinguendo in modo più netto chi giudica da chi esercita l’azione penale.
La riforma interviene anche sul Csm, introducendo il sorteggio dei membri con l’obiettivo dichiarato di ridurre il peso delle correnti. È prevista inoltre una nuova Alta corte disciplinare, destinata a incidere sul sistema dei controlli e delle sanzioni interne alla magistratura. Secondo i favorevoli, si tratterebbe di un passaggio per aumentare trasparenza e responsabilità nelle funzioni di autogoverno.
I contrari contestano invece l’impianto complessivo, sostenendo che l’intervento rischi di indebolire la magistratura senza affrontare i nodi concreti dell’amministrazione della giustizia. Richiamano anche un dato utilizzato nel confronto pubblico: nel 2024, viene ricordato, solo lo 0,5% dei magistrati avrebbe cambiato funzione, elemento che per il fronte del no indicherebbe una separazione già sostanzialmente presente nella pratica.
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Il ruolo delle toghe e cosa aspettarsi nelle prossime ore
La discussione non resta confinata alla politica: coinvolge direttamente le toghe e assume i contorni di un confronto istituzionale più ampio. Chi sostiene il no sottolinea che il pubblico ministero non può essere equiparato all’avvocato della difesa, perché ha anche il compito di cercare elementi favorevoli all’imputato; secondo questa lettura, una diversa architettura delle carriere potrebbe alterare tale equilibrio.
Dall’altra parte, i favorevoli ribadiscono la necessità di una struttura che chiarisca ruoli e responsabilità, anche sul piano della percezione pubblica e della fiducia nel sistema. In questo contesto, la consultazione viene seguita come un passaggio in grado di misurare non soltanto l’orientamento sul testo della riforma, ma anche la forza organizzativa e comunicativa dei diversi schieramenti.
Con i seggi aperti su due giorni, l’attenzione resta puntata prima di tutto sui dati di affluenza che scandiscono la giornata elettorale. Lo spoglio inizierà domani alla chiusura delle urne, con la pubblicazione progressiva dei risultati.