
Certe notizie arrivano come un colpo secco, e lasciano dietro di sé un silenzio difficile da riempire. Mentre l’Italia è ancora scossa dalla morte del piccolo Domenico, il bambino di Napoli deceduto dopo un trapianto di cuore, un’altra storia spezza il fiato: a Rivara, nel Torinese, è morto Alessandro Cardì, sette anni.
Una tragedia che, per tempi e contesto, riaccende domande e inquietudini. Alessandro, per tutti Ale, si è spento nella notte tra l’11 e il 12 febbraio, a pochi giorni da un intervento in ospedale. In un paese piccolo, però, una perdita così non resta mai privata: diventa un dolore condiviso, una ferita collettiva.
Un paese in lutto e un nome che resta
La notizia è arrivata all’improvviso e ha trasformato Rivara in una comunità raccolta, quasi una famiglia allargata. Quando se ne va un bambino, il lutto coinvolge compagni di classe, insegnanti, amici, volontari. Ale era conosciuto, presente, circondato da affetto.
È anche per questo che il suo nome oggi rimbalza tra messaggi, ricordi e pensieri: non come “caso”, ma come vita reale. E, insieme al dolore, cresce il bisogno di capire con chiarezza cosa sia accaduto.

Muore una settimana dopo l’intervento, il caso del piccolo Alessandro
Il bambino era affetto fin dalla nascita da una grave patologia genetica rara, la Mcap, una forma di megalencefalia. Una condizione complessa, fatta di cure costanti e controlli periodici, che la famiglia ha affrontato con dedizione, passo dopo passo.
Nonostante la fragilità, chi lo conosceva lo racconta come un bambino capace di regalare sorrisi e dolcezza con uno sguardo. Un dettaglio che, oggi, pesa ancora di più: perché rende la sua assenza concreta, quotidiana, impossibile da ignorare.
L’intervento al Regina Margherita e il peggioramento improvviso
