A Venezia torna al centro del dibattito il progetto per la realizzazione di una moschea in via della Giustizia, a Mestre. La richiesta avanzata dalla comunità musulmana, composta in larga parte da cittadini di origine bengalese, si è trasformata in un duro confronto con l’amministrazione comunale dopo la chiusura manifestata dal nuovo sindaco Simone Venturini.
La comunità bengalese rappresenta una presenza particolarmente numerosa nel territorio veneziano. Le stime parlano di circa 20mila persone, includendo i residenti, i domiciliati e coloro che nel tempo hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Si tratterebbe della principale componente della popolazione musulmana locale, impiegata soprattutto nei cantieri navali, nelle attività commerciali e nei settori legati alla ristorazione, agli alberghi e al turismo.
Il suo possibile peso politico era emerso anche durante le recenti elezioni amministrative. Sette candidati di origine bengalese erano stati inseriti nelle liste riconducibili al centrosinistra, che puntava ad ampliare il proprio consenso intercettando una parte consistente della comunità. Il tentativo, tuttavia, non avrebbe prodotto i risultati sperati nelle urne.
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Dopo le elezioni, l’attenzione si è spostata sul progetto del nuovo luogo di culto a Mestre. Di fronte alla richiesta, Venturini ha assunto una posizione molto netta. Intervenendo al Tg regionale, il sindaco ha spiegato di non voler aprire il percorso necessario alla concessione degli spazi finché non saranno registrati progressi sul fronte dell’integrazione.
Il primo cittadino ha richiamato in particolare la condizione e la partecipazione delle donne, la conoscenza della lingua italiana e il coinvolgimento nella vita della comunità veneziana. Soltanto in presenza di miglioramenti concreti, secondo la linea espressa dall’amministrazione, potrebbero crearsi le condizioni per avviare un confronto sulla realizzazione della moschea.

È nella seconda parte della vicenda che lo scontro ha assunto toni ancora più accesi. Di fronte al rifiuto del Comune, alcuni rappresentanti della comunità hanno prospettato una mobilitazione e persino uno sciopero. L’intenzione sarebbe quella di far valere il peso assunto dai lavoratori bengalesi nei principali comparti economici di Venezia, Mestre e Marghera.
La posizione è stata espressa attraverso un messaggio che lascia poco spazio alle interpretazioni: “Basta, siamo stanchi di essere presi in giro. Se non ci consentiranno di costruire la nostra moschea, siamo pronti a scendere in piazza. Se scioperiamo noi, e bengalesi, a Venezia, Mestre e Marghera si ferma la Fincantieri e tutto il turismo tra cucine, ristoranti e alberghi. Volete vedere?”.
La minaccia di “bloccare la città” apre così un confronto che va ormai oltre la sola disponibilità di un luogo di culto. Sul tavolo ci sono il diritto alla libertà religiosa, il rispetto delle norme urbanistiche, le politiche d’integrazione e il rapporto tra le istituzioni e una comunità capace, attraverso la propria presenza nel mondo del lavoro, di incidere sulla vita economica dell’intero territorio veneziano.






