A rendere il quadro ancora più teso ci pensano i numeri. L’ultimo sondaggio Ipsos Doxa per il Corriere della Sera, pubblicato il 5 marzo, registra un sorpasso del No: 52,4% contro 47,6% del Sì, nello scenario di affluenza al 42%. La Supermedia YouTrend per AGI è invece ancora favorevole al Sì, ma di un soffio: 50,4% contro 49,6%.
La variabile decisiva è una sola: quante persone andranno a votare. Con alta partecipazione il Sì tiene; con bassa affluenza il No si porta avanti con margini anche superiori al 53%. Una simulazione Monte Carlo basata su oltre 60 rilevazioni di 15 istituti diversi assegna al Sì il 54,5% di probabilità di vittoria — ma su 20 scenari, in 9 vince il No. Non è un pareggio, ma ci si avvicina molto.
Lo schieramento politico è netto: oltre il 75% degli elettori di centrodestra voterà Sì, mentre nel campo progressista quasi 8 su 10 voterà No. Il centrodestra — Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi Moderati — sostiene compatto la riforma. L’opposizione è quasi unanime nel chiedere di bocciarla.
Due settimane al voto: la partita è ancora aperta
Con il dibattito pubblico parzialmente oscurato dall’escalation in Medio Oriente, la campagna referendaria fatica a tenere l’attenzione degli italiani. Solo il 9% dichiara di seguirla con molto interesse, e poco più della metà si ritiene almeno sufficientemente informata sui contenuti della riforma. Eppure, il voto del 22 marzo potrebbe riscrivere per la prima volta in decenni le regole della magistratura italiana.
Che si tratti di una conquista di civiltà o di un attacco all’indipendenza dei giudici, dipende da chi si ascolta. L’appello di Taormina ha già scelto da che parte stare. Gli italiani decideranno tra tredici giorni.