Panatta attacca il calcio italiano: “Situazione gravissima”

Giovanni Poloni

06/04/2026

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Entrando più nel dettaglio, emerge un aspetto che riguarda da vicino il futuro del calcio italiano: la formazione dei giovani. È qui che, secondo Panatta, si gioca la partita più importante. E anche quella più trascurata.

Oggi, spiega, si punta troppo sul risultato immediato. I ragazzi vengono spinti a vincere fin da giovanissimi, spesso senza aver costruito una base tecnica solida. Il risultato? Una selezione che premia chi è già pronto fisicamente, lasciando indietro chi avrebbe più talento ma meno struttura.

“Anche negli altri sport si guarda troppo al risultato, pure nel tennis. I ragazzini a 14 anni pensano solo a vincere, stimolati dagli allenatori. E a vincere sono solo i giocatori più forti e grossi perché quelli più bravi ma gracili restano ai margini. Secondo me oggi il nuovo presidente della Figc avrà un compito quasi impossibile davanti perché si intrecciano troppi interessi tra società di club che non si sa a quali aziende straniere appartengono e interessi di palazzo. Io so solo che non è possibile che non nascano più ragazzini che giochino bene a calcio. Questa cosa è impossibile per l’interesse che c’è nel calcio in Italia, quindi le cose sono due: o mancano gli osservatori buoni o manca il coraggio di far giocare questi ragazzi nelle squadre”.

Un sistema che non valorizza

Il discorso si allarga inevitabilmente anche alla gestione del calcio professionistico. Club, interessi economici, proprietà internazionali: tutto contribuisce a creare un contesto complesso, in cui trovare spazio per i giovani diventa sempre più difficile.

E qui arriva una delle considerazioni più dure: è davvero possibile che in un Paese come l’Italia non nascano più giocatori di qualità? Per Panatta, la risposta è no. Il problema, quindi, non è la mancanza di talento, ma la difficoltà nel riconoscerlo e valorizzarlo.

Dove nasce davvero la crisi

Alla fine, il punto emerge con chiarezza. Non si tratta solo di risultati, né di allenatori o moduli. La crisi è più profonda e riguarda il modo in cui il calcio viene insegnato e vissuto fin dalle basi.

Non si insegna più la tecnica”, è la conclusione che sintetizza tutto. Troppa attenzione agli schemi, troppo poca ai fondamentali. E così, mentre il calcio evolve, il sistema italiano rischia di restare indietro.

“Il mondo è cambiato, non si possono mettere i recinti ma dobbiamo aprire i recinti e lasciare che i ragazzi vengano a noi, e questo lo diceva una persona più importante di me. L’attività giovanile è ludica fino a un certo punto però nel divertimento gli devi insegnare a giocare al calcio, gli devi insegnare i fondamentali. I ragazzi oggi imitano quello che fanno i giocatori veri e non ne hanno le possibilità e questo è un problema. Ognuno deve giocare al proprio livello e non deve avere l’ossessione della vittoria. Servono degli allenatori che siano educatori e che insegnano ad un bambino a puntare e a superare un avversario. Nessuno insegna più la tecnica individuale, si parla solo di moduli ma poi non sanno stoppare un pallone”

Una diagnosi dura, che lascia aperta una domanda: si tratta davvero solo di un momento difficile, oppure di qualcosa di molto più strutturale?