Terremoto in Friuli Venezia Giulia questa mattina: la zona coinvolta

Giovanni Poloni

14/03/2026

La Valcanale e la sismicità dell’arco alpino orientale

La zona della Valcanale — la valle percorsa dal fiume Fella che collega Tarvisio al resto del Friuli in direzione est-ovest — si trova in una delle fasce tettonicamente più attive dell’Italia settentrionale. La spiegazione è geologica: il Friuli orientale si trova al di sopra di una zona di contatto tra la placca adriatica e la placca euroasiatica, due enormi blocchi della crosta terrestre che premono l’uno sull’altro accumulando tensioni nel tempo. Quando quelle tensioni si scaricano, la terra trema. A volte con scosse lievi come quella di stamattina. A volte con conseguenze devastanti.

L’INGV monitora questa area con particolare attenzione attraverso la propria rete di rilevazione distribuita su tutto il territorio nazionale, in grado di registrare in tempo reale anche eventi sismici di entità minima. Una scossa di magnitudo 2.2 rientra nella categoria dei terremoti molto lievi: generalmente non viene avvertita dalla maggior parte della popolazione, o al massimo viene percepita come un leggero tremore da chi si trovava vicino all’epicentro, ai piani alti di un edificio o in un ambiente particolarmente silenzioso. La soglia di percezione umana si aggira normalmente intorno alla magnitudo 3.0, mentre i danni strutturali iniziano a manifestarsi da magnitudo 4.5 in su, a seconda della profondità del sisma e della qualità costruttiva degli edifici presenti nella zona.

Il ricordo del 1976: perché ogni scossa in Friuli pesa il doppio

Per capire perché ogni notizia di terremoto in Friuli venga seguita con un’attenzione diversa rispetto ad altre regioni d’Italia, bisogna tornare al 6 maggio 1976. Quella sera, alle 21:00 passate, una scossa di magnitudo 6.5 devastò un’area vastissima del Friuli, colpendo in pieno decine di paesi tra la pedemontana e la montagna. Il bilancio finale fu di quasi 1.000 morti, circa 45.000 sfollati e migliaia di edifici rasi al suolo o gravemente danneggiati. Un’intera parte della regione fu distrutta nel giro di pochi secondi. Poi, a settembre dello stesso anno, due nuove scosse di magnitudo superiore al 6 colpirono le stesse zone già provate, completando la devastazione.

La risposta del Friuli a quella catastrofe è diventata un esempio studiato in tutto il mondo: la ricostruzione fu rapida, organizzata e — fatto rarissimo nella storia italiana — sostanzialmente integra. Ma il trauma non si è mai del tutto rimarginato. Chi ha vissuto quel terremoto e chi è cresciuto sentendone i racconti porta con sé una sensibilità diversa verso ogni movimento tellurico, anche il più piccolo. È per questo che una scossa di magnitudo 2.2 a Malborghetto Valbruna, che in qualsiasi altra regione sarebbe una nota a margine, in Friuli diventa una notizia che la gente legge e condivide. La memoria sismica di questa terra è parte del suo DNA.