Strage di Erba, la confessione di Olindo a Bruno Vespa

Francesco Meletti

17/04/2026

A diciannove anni dalla strage che ha sconvolto la palazzina di via Diaz, il caso del delitto di Erba continua a proiettare ombre inquietanti e a sollevare interrogativi mai del tutto sopiti. Era l’11 dicembre 2006 quando un massacro senza precedenti strappò la vita a Raffaella Castagna, al piccolo Youssef Marzouk di soli due anni, alla nonna Paola Galli e alla vicina di casa Valeria Cherubini, quest’ultima deceduta dopo una lunga agonia causata dal rogo appiccato nell’appartamento.

Oggi, dal carcere di Opera dove sta scontando l’ergastolo, uno dei condannati è tornato a incrociare lo sguardo dell’opinione pubblica durante un colloquio televisivo, ribadendo una posizione che continua a scontrarsi con la verità processuale consolidata in tre gradi di giudizio.

Le dichiarazioni dal carcere

Nel corso dell’intervista, il detenuto ha nuovamente messo in discussione le modalità con cui vennero raccolte le prime confessioni. Secondo la sua versione, le ammissioni sarebbero state ottenute sotto pressione, con la prospettiva di una pena molto più lieve rispetto a quella poi inflitta.

Una ricostruzione che prova a rimettere in discussione anche il ruolo della moglie, sostenendo che alcune dichiarazioni particolarmente controverse dell’epoca sarebbero state influenzate dall’esterno. Nel mirino anche alcuni passaggi delle consulenze tecniche e delle registrazioni video, ritenute incomplete o non rappresentative del contesto reale.

Uno dei punti più delicati resta il confronto con l’unico sopravvissuto alla strage, testimone chiave del processo, che riconobbe gli aggressori prima di morire nel 2014. Proprio su questo aspetto, il detenuto mantiene una linea netta, rifiutando qualsiasi ipotesi di responsabilità.

Alla domanda su un eventuale pentimento o sulla possibilità di chiedere perdono, la risposta è stata altrettanto chiara: nessuna scusa per fatti che, secondo la sua versione, non lo vedrebbero coinvolto. Una posizione che riaccende inevitabilmente il dibattito pubblico su uno dei casi più discussi della cronaca italiana.

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