È morto Daniele Cavaglià, top manager di Libero Quotidiano: aveva 53 anni

Giovanni Poloni

15/03/2026

daniele cavaglia chi era

Una carriera costruita pezzo per pezzo: da La Stampa a Libero

Cavaglià aveva iniziato il suo percorso professionale molto giovane, nel settore delle attività alberghiere, per poi orientarsi verso l’organizzazione di eventi. Il suo ingresso nel mondo dell’editoria vera e propria è avvenuto attraverso La Stampa, dove ha incrociato alcune delle figure che avrebbero segnato la sua carriera: Gianni Di Giore e Stefano Cecchetti, che Sechi definisce con affetto altri “T-Rex del nostro Jurassic Park dell’editoria”. Il terzo uomo della sua formazione fu Roberto Crespi, storico amministratore de Il Giornale, che Cavaglià considerava “un maestro” — e al cui ricordo ha dedicato nel 2019 il premio internazionale Leone d’Oro alla carriera ricevuto a Venezia.

Il salto definitivo arriva con l’ingresso nel gruppo Angelucci, dove Cavaglià ha costruito tutto il resto: prima nell’ufficio commerciale di Libero Quotidiano, poi come direttore commerciale, poi come amministratore delegato e direttore generale. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione de Il Tempo, ha ricoperto la direzione generale de Il Riformista ed è entrato nei consigli di amministrazione del Corriere dell’Umbria e dei Corrieri di Rieti, Viterbo, Arezzo e Siena. Un curriculum che attraversa trasversalmente tutto il giornalismo italiano di centrodestra degli ultimi vent’anni.

Il pioniere dell’integrazione tra carta e web

Uno degli aspetti meno raccontati ma più significativi della carriera di Cavaglià riguarda la sua intuizione sull’evoluzione dell’editoria: è stato un pioniere nel comprendere l’importanza dell’integrazione tra il web e la carta stampata, creando sistemi informativi avanzati in un’epoca in cui molti editori guardavano ancora a internet come a una curiosità marginale. Una visione che lo ha distinto dalla maggior parte dei suoi colleghi e che ha contribuito in modo determinante a tenere Libero competitivo in un mercato editoriale sempre più difficile.

Mario Sechi lo ha ricordato con parole che rivelano la misura di un’amicizia vera: “Passavano i direttori, tu restavi, Cavaglià”. Un uomo che “non si vedeva” ma era il motore di tutto — “quello che fa tornare i conti e l’inchiostro, la pubblicità e i passi perduti dei giornalisti, le edicole con la pioggia e il sole”. Due anni fa aveva lasciato Libero, deciso a tornare a Moncalieri e a riposarsi. Sechi non era d’accordo con quella scelta, ma la rispettava. La malattia aveva avuto la meglio prima che potesse costruire il prossimo capitolo.

L’uomo oltre il manager: Fulvia, Martina e la barca a vela

Chi lo ha conosciuto ricorda un uomo che non aveva mai separato il lavoro dalla vita — perché per lui il giornalismo era la vita, non un mestiere da lasciare in ufficio alle sei di sera. Ma c’era anche altro. C’era Fulvia, sua moglie, e Martina, sua figlia, che erano il vero premio di ogni settimana di lavoro. E c’era la barca a vela, la passione di sempre — quella stessa combinazione di incoscienza, curiosità e determinazione che gli permetteva di navigare in mare aperto e che, secondo chi lo conosceva bene, era la metafora più precisa del suo modo di fare editoria.

“Te ne sei andato troppo presto”, gli ha scritto Sechi, “veleggiando nella quiete, tu che ti nutrivi del clangore delle rotative”. Una chiusura che dice tutto su un uomo che aveva scelto di vivere nel rumore del fare le cose, e che se ne è andato nel silenzio di chi non ha fatto in tempo a finire quello che aveva ancora in mente.