Non è un commento, è un affondo. Vittorio Feltri sceglie parole pesanti per descrivere il momento politico di Giorgia Meloni dopo la sconfitta referendaria, rompendo gli equilibri del centrodestra con un intervento che non lascia spazio a interpretazioni morbide.
Intervistato dal Fatto Quotidiano, il direttore editoriale del Giornale parla di un cambiamento che lo ha colpito per modalità e tempistiche: «Un mutamento talmente improvviso e inatteso che non riesco neanche a commentarlo», afferma. Ma subito dopo arriva la definizione più netta: «È una reazione scomposta».
Un giudizio che fotografa lo smarrimento di una parte dell’area politica che sostiene il governo, soprattutto dopo le decisioni prese nelle ore successive al voto. E Feltri non si ferma qui.
Quando gli viene proposto il parallelo con il Matteo Renzi del 2016, travolto dal referendum costituzionale, il giornalista non si tira indietro: «Giusto. Renzi volava, poi dopo quella sconfitta è diventato un mezzo pirla». E rincara: «Tuttora rimane un coglioncione agli occhi di molti».
Un passaggio che pesa, perché lascia intendere un possibile destino politico simile per la premier, almeno nella percezione pubblica.
La battuta che accende lo scontro
Alla domanda su cosa dovrebbe fare ora Meloni per recuperare terreno, Feltri sceglie una risposta tanto ironica quanto provocatoria: «Votarsi a Sant’Antonio».
Una frase destinata a far rumore, che sintetizza il giudizio sull’attuale fase politica. Subito dopo, però, il tono cambia leggermente: «Sarebbe ridicolo pensare che la possano fare fuori dopo averla trattata come la Madonna», aggiunge, lasciando intendere che la leadership della premier non è realmente in discussione nel breve periodo.
Ma il segnale resta: qualcosa si è incrinato, e non solo tra gli avversari politici.
Santanchè, il retroscena che spiazza

