Massimo Cacciari, cosa vota al referendum giustizia 2026

Giovanni Poloni

26/02/2026

cacciari sul referendum giustizia 2026

Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo entra nella sua fase più delicata, e il dibattito pubblico si arricchisce di una voce autorevole. In un’intervista rilasciata a la Repubblica, Massimo Cacciari è intervenuto con una riflessione che va ben oltre la contingenza politica, definendo quello imminente «un voto culturale».

Secondo il filosofo veneziano, la consultazione non mette in gioco la sopravvivenza dell’esecutivo né rappresenta una resa dei conti tra maggioranza e opposizione. «Certamente non la tenuta del governo», chiarisce. «Non c’è da dare nessuna spallata». Un passaggio che ridimensiona l’interpretazione più politicizzata del voto, riportando la questione sul terreno istituzionale.

La posta in gioco secondo Cacciari

Per il professore, non sono in discussione – almeno in modo diretto – i problemi più urgenti del sistema giudiziario italiano. «Non è in ballo la riforma della giustizia o il miglioramento di quella barbarie che oggi è il sistema carcerario», afferma. Le criticità strutturali, dai tempi dei processi alle condizioni delle carceri, resterebbero sostanzialmente intatte.

La sua analisi si concentra invece sull’architettura dei poteri. Cacciari mette in guardia rispetto a una tendenza che, a suo avviso, punta a rafforzare l’esecutivo, ridimensionando il ruolo degli altri poteri dello Stato. Il nodo principale è la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, insieme alla riforma degli organi di autogoverno.

Divisione dei poteri e rischio concentrazione

«Il potere si deve riassumere nell’esecutivo, che non può avere impedimenti da parte di altri», sostiene Cacciari descrivendo quella che considera una deriva tipica delle destre europee contemporanee. In questo scenario, gli altri poteri rischierebbero di trasformarsi in funzioni puramente amministrative, prive di reale autonomia.

Il voto, dunque, non viene letto come un semplice sì o no a un pacchetto tecnico di norme, ma come un passaggio che incide sulla divisione dei poteri, fondamento della democrazia rappresentativa. «Passo dopo passo – avverte – ci ritroveremo alla fine della democrazia rappresentativa». Nella prossima pagina, vediamo cosa ha deciso di votare.