“Sono stati loro”. Missile colpisce base italiana, solo adesso emerge la verità: perché l’hanno fatto

Giovanni Poloni

12/03/2026

L’attacco missilistico che ha colpito nelle ultime ore la base italiana di Camp Singara, situata all’interno del perimetro dell’aeroporto internazionale di Erbil nel Kurdistan iracheno, ha riacceso bruscamente i riflettori sulla fragilità della stabilità in Medio Oriente. L’evento non rappresenta soltanto un episodio isolato di violenza bellica, ma si configura come un tassello di un mosaico geopolitico molto più ampio e pericoloso.

Il contingente italiano, composto da circa 300 militari tra effettivi dell’Esercito e istruttori dell’Arma dei Carabinieri, si è trovato improvvisamente al centro di una dinamica di fuoco che, pur non avendo causato vittime o feriti grazie alla tempestiva attivazione delle procedure di sicurezza e al ricovero nei bunker, segna un punto di non ritorno nella percezione del rischio per le nostre truppe all’estero.

Il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha mantenuto un contatto costante con il comando della base per monitorare l’evoluzione della situazione, confermando che i danni sono stati limitati ma l’allerta resta ai massimi livelli.

La dinamica dell’attacco e le reazioni istituzionali

Le informazioni raccolte nelle ore immediatamente successive all’esplosione delineano uno scenario complesso in cui la matrice dell’offensiva non è ancora stata ufficialmente rivendicata, sebbene i sospetti ricadano con forza sulle milizie filo-iraniane attive nel quadrante iracheno.

Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito l’accaduto come un atto totalmente inaccettabile, sottolineando come la sicurezza dei soldati italiani sia la priorità assoluta del governo. Resta da accertare se il lancio del missile sia stato un atto deliberato contro la presenza italiana o se l’obiettivo fosse l’intero complesso aeroportuale, che ospita anche forze della coalizione internazionale a guida statunitense.

Le indagini tecniche sono attualmente in corso per stabilire se il vettore sia stato lanciato direttamente dal territorio iraniano o se sia opera di gruppi paramilitari locali che agiscono come intermediari per conto di Teheran.

Una strategia di logoramento a lungo termine

Secondo diverse analisi condotte da esperti internazionali e fonti del Pentagono, questo attacco si inserisce perfettamente in una nuova fase della strategia militare iraniana definita di logoramento. L’obiettivo di fondo non sembra essere la ricerca di uno scontro frontale e aperto con le potenze occidentali, che porterebbe a conseguenze devastanti per l’intera regione, bensì un costante e asfissiante indebolimento delle posizioni avversarie. Attraverso l’uso mirato di droni e missili, Teheran punta a testare la reattività dei sistemi di difesa e a mantenere una pressione psicologica costante sulle truppe straniere. Questa tattica mira a ottenere una vittoria politica nel lungo periodo, rendendo la permanenza dei contingenti internazionali troppo costosa in termini di rischio e risorse, spingendo così l’opinione pubblica dei paesi coinvolti a chiedere il ritiro dei propri soldati.

Il coinvolgimento delle strutture civili nel conflitto