Il cuore della difesa di Santanchè è politico e ruota attorno a un paragone che dentro il partito pesa come un macigno. La ministra richiama il caso di Andrea Delmastro, rimasto al suo posto per mesi nonostante una condanna, e lo usa per contestare l’idea che lei debba lasciare a fronte di un semplice rinvio a giudizio. È una linea che denuncia apertamente un presunto doppio standard e che diventa il perno della sua resistenza, anche nei confronti della leadership.
A questo si aggiunge un secondo argomento, altrettanto centrale: la distinzione tra attività pubblica e privata. Santanchè insiste sul fatto che le vicende giudiziarie che la riguardano sono legate al suo passato da imprenditrice e non al ruolo di governo. Una tesi che punta a separare il piano politico da quello personale, ma che trova sempre meno sponde all’interno di Fratelli d’Italia, dove cresce lo scetticismo e si fa strada l’idea che la questione sia ormai diventata un problema di tenuta complessiva dell’esecutivo.
La pressione di Meloni e il punto di rottura
La svolta arriva con l’intervento diretto di Meloni, che dopo una fase di attesa decide di accelerare e di chiudere il dossier. La possibilità, ventilata nelle ultime ore, che il partito possa arrivare ad astenersi su una mozione di sfiducia contro una propria ministra rappresenta il segnale più forte della rottura in atto. Non è più solo una richiesta informale, ma una scelta politica che mette Santanchè di fronte a un bivio netto.
Nonostante questo, la ministra continua a resistere, rivendica i risultati ottenuti al Turismo e prova a guadagnare tempo. Ma dentro il partito la convinzione è sempre più diffusa: questa volta non ci saranno margini per rinviare. Le ore passano senza una decisione formale, ma il quadro è già definito. La pressione cresce, l’isolamento si allarga e la sensazione, tra i colleghi, è una sola. La fine politica di questa vicenda potrebbe essere ormai questione di tempo.