Fin dalle prime ore successive all’offensiva, il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu hanno parlato apertamente di “regime change”, indicando come protagonisti del futuro assetto iraniano quei settori della società civile che negli anni hanno animato proteste e mobilitazioni contro il governo.
Una prospettiva che, però, apre interrogativi enormi sulla stabilità interna e sugli equilibri geopolitici dell’area, già fragile e attraversata da tensioni croniche.
L’onda lunga del conflitto
Secondo Botteri, la crisi non riguarda solo l’Iran. “Basti pensare a cosa sta succedendo adesso, ai Paesi coinvolti, ai Paesi che potrebbero reagire”, ha osservato in studio, facendo riferimento alla mappa del conflitto che coinvolge ormai diversi attori regionali.
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Il timore è che l’intero Medio Oriente possa cambiare assetto in modo radicale. A preoccupare è anche l’assenza di un progetto politico chiaro per il dopo: senza una strategia definita, il rischio è quello di una destabilizzazione prolungata e imprevedibile.





