Tra i nomi che circolano c’è quello di Giovanni Malagò, profilo tecnico e istituzionale, capace di dare un segnale di stabilità verso l’esterno.
Spuntano anche Elena Nembrini, direttrice generale dell’Enit, e Sandro Pappalardo, attuale presidente di Ita Airways.
Ma il nome che più di tutti accende il dibattito è quello di Luca Zaia. Forte consenso, esperienza amministrativa, ma anche un nodo politico evidente: è un esponente della Lega. E dare una nuova casella al partito di Matteo Salvini rischierebbe di rompere gli equilibri nella maggioranza.
Il fronte Giustizia: continuità o cambio?
Parallelamente, si apre il capitolo Giustizia, con due ruoli da riorganizzare dopo le uscite di Delmastro e Bartolozzi.
Per il capo di gabinetto, il nome più accreditato è quello di Antonio Mura, già all’interno della struttura ministeriale. Una scelta che garantirebbe continuità.
Nel frattempo, le funzioni sono state affidate a Vittorio Corasaniti, affiancato da Anna Chiara Fasano, segno che la priorità è evitare ulteriori scossoni in una fase già delicata.
Chi può sostituire Delmastro
Resta infine la casella politica lasciata dal sottosegretario.
Tra i nomi che circolano con più insistenza c’è quello della deputata di Fratelli d’Italia Sara Kelany, che rappresenterebbe una scelta interna e coerente con gli equilibri attuali.
Ma anche qui nulla è deciso: ogni scelta potrebbe avere ripercussioni sugli assetti del partito.
Un equilibrio fragile
Il punto è che nessuna di queste nomine è neutra. Ogni decisione sposta qualcosa: nei rapporti tra i partiti, nelle dinamiche interne, nella percezione di stabilità del governo.
Ed è proprio per questo che il triplo rebus di Meloni non è una semplice questione di incarichi.
È un test politico vero. Di leadership, di equilibrio e di tenuta.