Nelle ore successive, Santanchè non avrebbe ceduto subito. Una resistenza che, secondo il compagno, aveva un significato preciso: evitare che il passo indietro venisse interpretato come una conseguenza diretta della sconfitta referendaria.
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Un modo per distinguere la propria posizione da quella di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, già dimissionari nei giorni precedenti.
“Ha resistito per dare un messaggio forte”, racconta Kunz. Un tentativo di mantenere una linea politica autonoma, che però si è scontrato con una realtà sempre più stringente.
Il punto di rottura con Meloni
Il passaggio decisivo arriva quando la richiesta della premier diventa esplicita e pubblica. A quel punto, restare avrebbe significato aprire uno scontro diretto con la leadership del governo.
Secondo quanto emerge, tra Santanchè e Meloni ci sarebbe stato anche un confronto diretto, telefonico, che ha contribuito a chiarire definitivamente la situazione.
È lì che si consuma il punto di rottura: da quel momento, la possibilità di restare si riduce fino a scomparire.
La decisione: “Ha fatto bene”
Nonostante la sorpresa e la resistenza iniziale, il compagno difende la scelta finale: “Ha fatto bene a dimettersi”.
Una decisione che viene letta come un atto di rispetto nei confronti di Giorgia Meloni, più che come una resa politica.
Un equilibrio delicato, che tiene insieme la volontà personale di restare e la necessità di evitare uno scontro frontale.
Una scelta a malincuore
Resta però un elemento centrale: la difficoltà con cui questa decisione è stata presa. “Ci teneva a restare”, ammette Kunz, sottolineando come l’addio non fosse affatto nei piani iniziali.
Un dettaglio che rafforza l’idea di dimissioni vissute più come una necessità che come una scelta volontaria.
Ed è proprio in questo spazio, tra la versione ufficiale e il racconto privato, che si capisce come le dimissioni di Santanchè non siano state un passaggio lineare, ma l’esito di una partita molto più complessa.