Il primo segnale della tensione non è arrivato dai partiti, ma dalle famiglie delle personalità chiamate in causa. Manfredi Borsellino, 54 anni, figlio del giudice Paolo, ucciso dalla mafia insieme agli agenti della sua scorta nella strage di via D’Amelio, ha spiegato di essere rimasto amareggiato dalle parole pubblicate da Sigfrido Ranucci. Pur evitando toni apertamente polemici, ha sottolineato quanto sia delicato avvicinarsi a figure che hanno segnato la storia della Repubblica.
“Sigfrido Ranucci non è il primo e non sarà l’ultimo, ma avvicinarsi a quei giganti, da Aldo Moro a Piersanti Mattarella, da Giovanni Falcone a mio padre, è problematico per chiunque. Io stesso, come figlio, non mi sento ancora all’altezza”, ha dichiarato Manfredi Borsellino. Ancora più breve e fredda è stata la risposta di Giovanni Moro, figlio dello statista della Dc rapito e ucciso dalle Brigate rosse: “Il post di Ranucci? Sì, l’ho visto grazie, ma proprio non ho commenti da fare”.

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Al centro della controversia c’è un messaggio pubblicato sui social dal conduttore di Report, intitolato “La voce che spaventa” e accompagnato da una fotografia di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ranucci, 64 anni, guida la trasmissione di Rai 3 dal 2017, dopo la lunga conduzione di Milena Gabanelli iniziata nel 1994. Il giornalista ha scritto il post da Rocca Massima, località in provincia di Latina di cui è cittadino onorario e dove sono sepolti i suoi genitori.
“Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto un attimo prima degli altri il disegno di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta”, ha scritto Ranucci.
La riflessione, che potrebbe essere stata pensata come una difesa del giornalismo d’inchiesta e del lavoro svolto da Report, è stata però interpretata da diversi esponenti politici come un paragone tra il conduttore e le vittime del terrorismo e della mafia. Matteo Salvini ha chiesto un intervento della Rai: “Ranucci che si paragona a Moro, Falcone e Borsellino? Non so se provare più rabbia, pena o tristezza, è opportuno che la Rai sospenda la collaborazione”.
Molto dura anche la reazione di Fratelli d’Italia, partito più volte al centro delle inchieste della trasmissione. Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura della Camera, ha definito quello tra “Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino” un “accostamento indecente”. Giovanni Donzelli ha invece riportato l’attenzione su un presunto sondaggio: “Mi colpisce molto il fatto che Ranucci e Lavitola avessero commissionato un sondaggio per candidare Ranucci alla presidenza del Consiglio al posto di Giorgia Meloni. Veniva per caso da qui l’accanimento di Report sulla premier?”.

Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, ha fornito una lettura parzialmente diversa: “Non credo sia così presuntuoso da paragonarsi a uomini di tale statura. Una delle due: o c’è qualcosa di sbagliato nel post o c’è qualcosa di sbagliato in Ranucci”. Lo scrittore Fulvio Abbate ha commentato con parole ancora più severe: “Forse è sconvolto, non ci sta più con la testa”. Abbate ha anche raccontato di essere stato contattato da Francesco De Gregori, che gli avrebbe domandato: “Ma che gente frequenti?”.
Carlo Calenda, leader di Azione, ha liquidato la vicenda con poche parole: “Moro e Falcone? Anche basta”. Matteo Renzi, ricordando le inchieste dedicate da Report alla sua attività politica, ha invece dichiarato: “Per anni sono stato massacrato da Report, ma resto garantista”.
Dal Movimento 5 stelle è arrivata la difesa del giornalista. Chiara Appendino ha scritto che “le inchieste non si spengono, si difendono”, mentre Stefano Patuanelli ha replicato direttamente a Salvini: “Si occupa di tutto tranne che di trasporti”.
Tra gli interventi più critici c’è infine quello di Giovanni Ricci, figlio di Domenico Ricci, medaglia d’oro al valor civile alla memoria e componente della scorta di Aldo Moro ucciso nell’agguato di via Fani. “Il post non l’ho capito. Moro si trovò al centro dell’attacco al cuore dello Stato. Piersanti Mattarella visse in prima linea la guerra mafiosa contro le istituzioni. Stia tranquillo, Ranucci, non si agiti: se vuole che gli rafforzino la scorta lo chieda. Troverà sempre pronte le forze dell’ordine, quelle che lui a Report ha trattato male”, ha concluso Ricci.





