Lavitola, l’ultima telefonata prima dell’arresto: “Se è così, è stato anche Sigfrido”

Francesco Meletti

11/08/2026

La prima richiesta arriva in una domenica mattina, quando Valter Lavitola decide di contattare direttamente la redazione di MowMag. Mancano poche ore al suo arresto, ma in quel momento il suo obiettivo è soprattutto intervenire sulle indiscrezioni riguardanti alcuni presunti movimenti di denaro tra l’Italia e il continente africano. Il tono iniziale è prudente e affidato a una breve email: “Spero di non disturbare, scrivendoti di domenica. Sono Valter Lavitola. Vorrei parlarti, se possibile”. 

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Da quel messaggio nasce una lunga conversazione telefonica, proseguita successivamente attraverso una serie di scambi in chat. A ricostruire il contatto sono Moreno Pisto e Michele Larosa, che nei giorni precedenti avevano parlato con un collaboratore di Lavitola impegnato in diverse società africane. L’uomo avrebbe consegnato ai giornalisti alcuni documenti relativi a presunti passaggi di denaro tra l’Italia e l’Africa. Lavitola, venuto a conoscenza della vicenda, avrebbe quindi deciso di intervenire personalmente per contestare quella ricostruzione.

Al centro delle sue spiegazioni c’è un avvocato dello Zimbabwe con il quale, secondo quanto raccontato dallo stesso Lavitola, esisteva da anni una collaborazione professionale. Il faccendiere sostiene di avergli ceduto anche una partecipazione societaria, ma lo accusa ora di cercare intese parallele con altri interlocutori e di muoversi contemporaneamente su più fronti, coinvolgendo anche il mondo dell’informazione. Quella che emerge dalle sue parole è la descrizione di un rapporto ormai compromesso, trasformato in un duro scontro interno.

La questione assumerebbe un peso ancora maggiore a causa del settore nel quale operano le società coinvolte: quello dei carbon credit. In questo ambito, sostiene Lavitola, anche una controversia reputazionale potrebbe compromettere certificazioni e operazioni economiche di valore molto elevato. Parlando dell’ex collaboratore, utilizza parole particolarmente dure: “Lo Zimbabwe è purtroppo al tracollo […] e come purtroppo in gran parte dell’Africa la corruzione è endemica: questi per 100 euro fanno di tutto”. Lavitola precisa comunque di non aver promosso azioni legali contro l’uomo e afferma che il progetto sarebbe stato sostenuto da una struttura finanziaria composta anche da partner internazionali di rilievo.

Con il passare dei minuti, però, la conversazione si sposta dagli affari africani alla vicenda giudiziaria che di lì a poco avrebbe portato Lavitola in carcere. Il riferimento è all’attentato per il quale è accusato di essere il mandante e al possibile ruolo di Gomes Tavares, un uomo che Lavitola definisce “un figlio”. Alla domanda se fosse a conoscenza del suo presunto coinvolgimento, risponde di aver appreso tutto dalla televisione. Subito dopo formula quello che lui stesso presenta come un ragionamento volutamente paradossale: “Se l’ha fatto Gomes, vuol dire che l’ho fatta fare io, e se l’ho fatta fare io, vuol dire che l’ho fatto d’accordo con Sigfrido”.

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Lavitola sostiene di aver già esposto questo ragionamento davanti alla Procura e lo considera privo di logica. Secondo la sua versione, Sigfrido Ranucci non avrebbe avuto alcun interesse a organizzare o favorire un simile episodio: il giornalista disponeva già della scorta, gli ascolti di Report non avrebbero registrato cambiamenti significativi e le puntate della trasmissione sarebbero state comunque confermate. Lavitola esclude anche una possibile pista sentimentale, affermando che le persone indicate non si sarebbero nemmeno conosciute. Respinge inoltre l’ipotesi di un coinvolgimento istituzionale: “Non credo che ci sia qualcuno del governo che ha mandato i servizi segreti a mettere la bomba”.

Un altro punto affrontato durante la telefonata riguarda la cosiddetta “questione politica”. Da tempo, infatti, si parlava di un sondaggio che Lavitola avrebbe voluto commissionare per misurare il possibile consenso di Ranucci come futuro leader del centrosinistra. Il faccendiere nega che questo progetto potesse essere collegato all’attentato e insiste soprattutto sulla distanza temporale tra i due fatti. Per sostenere la propria tesi richiama anche alcuni messaggi che, a suo dire, sarebbero rimasti conservati su WhatsApp.

“Si fa l’attentato a ottobre e poi il sondaggio a giugno? – dice Lavitola – Vuol dire che siamo deficienti? Ci sta pure questo. Ma c’è un elemento – per fortuna via WhatsApp – legato a una serie di ritardi dovuti al fatto che non riuscivo a mettere insieme i soldi per fare il sondaggio, e siamo riusciti a farlo proprio nella settimana in cui li hanno arrestati. Per cui ci fu una sovraesposizione mediatica, e mandai un messaggio a Stefano Cappellini (da poco direttore di Repubblica), che aveva collaborato a fare i sondaggi, dicendogli di sospendere i sondaggi perché sarebbero usciti falsati”.

Nel corso dello stesso confronto Lavitola interviene anche sui presunti rapporti tra il conduttore di Report e Urban Vision. La sua versione ridimensiona completamente la vicenda: tra Ranucci e la società pubblicitaria non ci sarebbe stato alcun incarico di consulenza, ma soltanto una cena organizzata su richiesta di altre persone. Durante quell’incontro si sarebbe discusso di un progetto collegato ancora una volta ai carbon credit e alla costituzione di un’associazione destinata a sostenere le comunità locali africane.

Per promuovere l’iniziativa, Lavitola racconta di aver cercato alcuni testimonial conosciuti dal grande pubblico, tra i quali Pupo e Patty Pravo. Il progetto avrebbe dovuto comprendere anche una cena di raccolta fondi alla presenza di alcuni capi tribali africani, ma l’idea sarebbe stata successivamente abbandonata. Anche questo episodio, secondo Lavitola, dimostrerebbe che il rapporto con Ranucci non aveva la natura professionale o politica descritta da alcune indiscrezioni.

La conversazione si avvia alla conclusione tornando al conflitto societario in Zimbabwe. Lavitola sostiene che le attività legate ai carbon credit siano ormai compromesse e invita i giornalisti a valutare con cautela le dichiarazioni del suo ex collaboratore. Prima di interrompere la telefonata lancia un ultimo avvertimento: “Attento a quello che dice il mio socio. Quelli che adesso gestiscono la società non se ne staranno fermi: una richiesta danni da 70, 80, 100 milioni non è uno scherzo”.

I contatti con MowMag proseguono ancora per qualche tempo attraverso i messaggi. Poi la comunicazione si interrompe improvvisamente. Lavitola viene arrestato e trasferito nel carcere romano di Rebibbia, dove dovrà rispondere delle accuse contestate nell’ambito dell’inchiesta. Le dichiarazioni rilasciate poche ore prima dell’arresto rappresentano la sua versione dei fatti, mentre spetterà agli inquirenti e all’autorità giudiziaria verificare responsabilità, collegamenti e attendibilità delle ricostruzioni emerse.