“Ormai è indifendibile”. Meloni silura proprio lei. Caos ai vertici

Francesco Meletti

27/04/2026

La vicenda si chiude con una scelta che ha un peso ben oltre il piano artistico e che segna una svolta politica evidente. Dopo mesi di polemiche, tensioni crescenti e una difesa mai del tutto esplicita ma comunque percepita come reale, il caso Beatrice Venezi alla Fenice arriva al suo punto di rottura definitivo.

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Non è solo la fine di un incarico mai davvero iniziato, ma il momento in cui il governo decide di non esporsi più, lasciando che sia l’istituzione teatrale a dettare la linea e a imporre la conclusione di una vicenda che aveva ormai assunto contorni difficili da gestire.

A rendere esplicito questo cambio di passo è il ministro della Cultura Alessandro Giuli, figura politicamente vicina a Giorgia Meloni. La sua presa di posizione, che ribadisce la fiducia nella direzione del teatro e richiama la necessità di ristabilire un clima di rispetto e collaborazione, rappresenta nei fatti una scelta chiara: il governo si allinea alla Fenice e non difende la direttrice.

Il silenzio che pesa

Il dato più significativo sta proprio qui. Venezi non era una figura neutra, ma una presenza che negli ultimi anni era stata letta come simbolica per una certa idea di cultura vicina al mondo della destra di governo.

Per questo motivo, il fatto che nel momento decisivo non arrivi alcun intervento diretto da parte della presidente del Consiglio pesa più di qualsiasi dichiarazione. Meloni non interviene e lascia che sia il ministro a chiudere la partita.

Una scelta che non ha bisogno di parole, perché il silenzio, in questo caso, diventa una presa di distanza. Secondo indiscrezioni, la linea sarebbe stata chiara: “Scelta inevitabile, ormai è indifendibile”.

La rottura formale nasce dalle dichiarazioni sugli orchestrali, considerate offensive e incompatibili con il ruolo che la direttrice avrebbe dovuto ricoprire. Ma la crisi era già in atto da tempo, alimentata da contestazioni interne, mobilitazioni sindacali e un clima sempre più difficile all’interno del teatro.

Una scelta politica

A quel punto, il governo si trova davanti a una scelta: sostenere una nomina diventata politicamente ingombrante oppure prendere atto della situazione e chiudere il caso senza aprire uno scontro istituzionale.

La strada scelta è la seconda. Non c’è difesa, non c’è rilancio, ma una presa d’atto che si traduce in un allineamento alla decisione del teatro.

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