Due storie diverse, entrambe vere, entrambe sue. Una fa sorridere con quella malinconia leggera che sa mescolare solo lei. L’altra fa ridere, ma solo in un secondo momento — perché dietro c’è una querela vera, un generale offeso e la citazione di Massimo Troisi usata come risposta definitiva. Luciana Littizzetto si è seduta davanti al Corriere della Sera e ha parlato. Di Vanessa e Jordan, dei figli che non la chiamano mamma ma che vogliono il suo cognome. Dell’Esercito che l’ha trascinata in tribunale per una battuta. Di Carmen Russo, del Papa, dei rimpianti e delle soddisfazioni. Un’intervista che fa ridere e a tratti commuove, come capita spesso con lei.
Vanessa e Jordan: albanesi, in affido, e ora con il suo cognome
Bisogna partire dall’inizio per capire il peso di quello che ha detto. Vanessa e Jordan Beljuli sono entrati nella vita di Luciana Littizzetto e dell’allora compagno Davide Graziano quando erano bambini. Vanessa aveva 11 anni, Jordan 9. Di origini albanesi, sono arrivati attraverso l’affido — uno di quei percorsi che non si sceglie per abitudine o per convenienza, ma che richiede una disponibilità totale, quotidiana, spesso silenziosa.
Luciana ci ha costruito sopra una parte importante della sua vita. In un precedente memoir si era definita una “mamma giraffa” — sempre un po’ allungata verso di loro, sempre un passo sopra, sempre in bilico tra il proteggere e il lasciar andare. Una metafora che dice molto su come si sentiva nel ruolo: presente ma consapevole dei propri limiti, vicina ma rispettosa della distanza.
Oggi le cose sono cambiate, o meglio si sono assottigliate le differenze. “Sono più alla loro altezza, il confronto è sullo stesso piano. Cerco di non essere sfinente, non sempre ci riesco”, ha raccontato con quella franchezza disarmante che è il suo marchio di fabbrica. Il rapporto si è livellato, è diventato tra adulti. Non la chiamano mamma — per loro è rimasta “Lu”, sempre — ma quello che è successo negli ultimi mesi pesa più di qualsiasi titolo.
Vanessa oggi lavora come social media manager. Jordan si è inserito nel mondo delle produzioni cinematografiche. Due ragazzi che hanno trovato la propria strada, ognuno a modo suo. E che a un certo punto hanno deciso di fare qualcosa di concreto, formale, ufficiale: hanno chiesto di aggiungere il cognome Littizzetto al loro. “Stiamo aspettando che la burocrazia faccia il suo corso”, ha detto lei, con quella semplicità con cui a volte si racconta qualcosa di enorme. Poche parole, peso enorme. Perché un cognome non è un dettaglio — è un’appartenenza, un riconoscimento, una scelta consapevole che due adulti fanno in piena libertà.
Una “mamma” che non si è mai chiamata tale
Vale la pena soffermarsi su questo punto, perché dice qualcosa di importante sulla natura del legame. Littizzetto non ha mai rivendicato il titolo di madre in senso tradizionale. Non ha mai usato quella parola per descrivere il suo ruolo. Eppure il risultato — due giovani adulti che vogliono portare il suo cognome — è forse più eloquente di qualsiasi definizione.
L’affido è un percorso che la legge e la società faticano ancora a riconoscere pienamente, e che spesso rimane nell’ombra rispetto all’adozione. Littizzetto ne ha parlato nel tempo con discrezione, senza farne una bandiera né un manifesto. Ma ogni volta che ne ha parlato, ha detto qualcosa di vero su cosa significhi scegliere di prendersi cura di qualcuno che non è “tuo” per sangue ma lo diventa per tutto il resto.
La querela dell’Esercito: arriva la risposta
