Scoppia il caso Terna: il Tesoro e Palazzo Chigi pronti alla battaglia legale contro la “maxi-liquidazione” pretesa da Giuseppina Di Foggia. Il governo, che l’aveva scelta come simbolo del nuovo corso, ora le volta le spalle per evitare lo scandalo politico.
Non c’è pace nelle partecipate di Stato. Quello che doveva essere il fiore all’occhiello delle nomine targate Giorgia Meloni – la prima donna alla guida di un colosso pubblico come Terna – si sta trasformando in un clamoroso autogol diplomatico e finanziario. Al centro della bufera c’è lei, Giuseppina Di Foggia, e una cifra che sta facendo tremare i palazzi del potere: 7,3 milioni di euro.
Una “dote” che scotta
Secondo quanto emerso dalle ultime indiscrezioni, la manager avrebbe avanzato una richiesta di buonuscita record per lasciare la guida del gestore della rete elettrica nazionale. Una pretesa che ha gelato i vertici del Ministero dell’Economia (MEF) e della stessa Presidenza del Consiglio.
Sebbene la Di Foggia fosse stata indicata direttamente dalla Premier come figura di rottura rispetto al passato, oggi la “sua” manager sembra essere diventata il problema principale. I 7,3 milioni richiesti non sono solo una cifra imponente, ma rappresentano uno schiaffo alla linea della “prudenza” e del “merito” che il governo sbandiera quotidianamente.
Il paradosso è evidente: la manager scelta per rappresentare il nuovo corso del centrodestra chiede ora una liquidazione che ricorda le stagioni più opulente della vecchia gestione.
Il Tesoro alza il muro
La reazione di Giancarlo Giorgetti e dei tecnici di Via XX Settembre è stata netta: no alla maxi-buonuscita. Il Tesoro sta studiando ogni mossa legale per bloccare il pagamento o, quantomeno, ridurlo drasticamente.
Palazzo Chigi teme l’effetto boomerang: autorizzare un simile esborso per una manager rimasta in carica così poco tempo sarebbe politicamente suicida, specialmente in una fase di tagli alla spesa pubblica e sacrifici chiesti ai cittadini.
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