Paolo Crepet, bordate contro Sanremo e Sal Da Vinci: viene giù tutto

Giovanni Poloni

04/03/2026

Paolo Crepet in un frame dell'intervista: critiche a Sanremo

Paolo Crepet non usa mezze misure: alla vigilia dell’uscita del suo nuovo libro Il reato di pensare. Oltre il conformismo, esercizi di libertà, lo psichiatra torna al centro del dibattito con una critica frontale ai grandi riti collettivi italiani.
Nel mirino finisce anche il Festival di Sanremo, citato come simbolo di una “mediocrità” diffusa. Un attacco che, proprio perché diretto e senza filtri, sta riaccendendo discussioni tra cultura pop, televisione e idea di talento.

Un Crepet senza filtri: “chi viene a sentirmi sa che lo irriterò”

Intervistato dal Corriere della Sera, Crepet mette subito le cose in chiaro: non cerca consenso e non punta a essere conciliatore. “Chi viene a sentirmi sa che lo irriterò”, spiega, rivendicando la volontà di “seminare sulla roccia”.
Il senso, nella sua impostazione, è quello di scuotere le certezze e smontare i conformismi: un approccio che divide, ma che rende le sue prese di posizione difficili da ignorare.

“A Sanremo non c’è più niente da dire”

La critica non è rivolta soltanto alla kermesse dell’Ariston, ma a ciò che per lui rappresenta. “Basta guardare la mediocrità di Sanremo per capire che oggi non c’è più niente da dire”, afferma Crepet.
Al centro della sua lettura c’è l’idea che l’arte, senza passare dalla sofferenza, perda profondità e capacità di scoperta: resta la superficie, con tutto ciò che questo comporta sul piano culturale e generazionale.

Immagine legata alle dichiarazioni di Paolo Crepet su Sanremo

Il bersaglio è la cultura “senza sofferenza”

Crepet descrive una società che rifiuta dolore e frustrazione e che finisce per produrre “replicanti”: artisti standardizzati, percepiti come perfetti ma senza anima. Per lui il talento nasce dal conflitto, dal rischio, dall’imperfezione.

In questa logica, Sanremo diventa un indicatore: non solo uno show, ma uno specchio di un’epoca che tende a evitare gli spigoli, preferendo una comfort zone costante.

La stoccata alla modernità digitale e al modello che chiamiamo innovazione

La riflessione si allarga poi al digitale. Crepet ricorda che dieci anni fa metteva in guardia dai pericoli della tecnologia e veniva etichettato come “boomer”. Oggi, osserva, anche figure di primo piano iniziano a esprimere dubbi sull’intelligenza artificiale e sul sistema che stiamo costruendo.

Parla di una realtà “distopica” e porta un esempio concreto: un rider che pedala chilometri per consegnare una pizza mediocre, emblema di un modello che presentiamo come rivoluzione ma che, nella sostanza, ripropone vecchie dinamiche di sfruttamento.

Da Chaplin ai “meccanismi” di oggi

Non a caso cita Tempi moderni di Charlie Chaplin, richiamando l’immagine dell’operaio alla catena di montaggio. Cambiano gli strumenti, sostiene, ma non necessariamente la logica che li governa.

È un passaggio che lega cultura pop e critica sociale: un modo per dire che il progresso, se non interrogato, rischia di trasformarsi in un automatismo.

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