Il caso Sea Watch torna al centro dello scontro politico dopo la sentenza del Tribunale di Palermo che ha condannato lo Stato italiano a risarcire con circa 76 mila euro la ONG proprietaria della nave Sea Watch 3.
Ma che cosa stabilisce davvero la sentenza? E su quali basi giuridiche è stato riconosciuto il risarcimento?
La vicenda del 2019: dal blocco navale al fermo amministrativo
I fatti risalgono all’estate 2019. La nave Sea Watch 3, dopo aver soccorso oltre 50 naufraghi al largo della Libia, decise di dirigersi verso Lampedusa ritenendo Tripoli un porto non sicuro. Il 29 giugno, durante la vigenza del decreto “Sicurezza bis”, la comandante Carola Rackete forzò il blocco navale imposto dalle autorità italiane e attraccò nel porto, urtando una motovedetta della Guardia di finanza.
Rackete fu arrestata e poi liberata. Il procedimento penale venne archiviato: il GIP di Agrigento ritenne che la condotta fosse giustificata dall’adempimento del dovere di soccorso in mare, decisione poi confermata dalla Cassazione.
Parallelamente al procedimento penale, la nave fu sottoposta a fermo amministrativo il 12 luglio 2019. È su questo provvedimento che si è concentrata la causa civile conclusa con la condanna al risarcimento.