«Per questo bambino purtroppo è questione di ore». Con parole nette, l’infettivologo Matteo Bassetti commenta il caso del piccolo di due anni ricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli, dopo il trapianto di un cuore risultato danneggiato e la successiva decisione di avviare un percorso di cure palliative.

La pianificazione condivisa delle cure segna un passaggio delicatissimo: non si tratta di eutanasia, ma di un accompagnamento che evita l’accanimento terapeutico quando non esistono più possibilità concrete di recupero. «Quando una condizione diventa irreversibile – spiega Bassetti – la palliazione tutela la dignità del paziente».
Il percorso di palliazione
Secondo l’esperto, questi percorsi possono durare ore o pochi giorni. «La via purtroppo è segnata», afferma, sottolineando come in assenza di indicazione clinica a un nuovo trapianto proseguire con supporti invasivi significherebbe ostinazione irragionevole.
Il piccolo è stato sostenuto a lungo con l’Ecmo, la circolazione extracorporea che permette al sangue di essere ossigenato artificialmente. Ma se non esiste più una prospettiva terapeutica reale, quel “ponte” non conduce a una soluzione.
Le verifiche sull’organo
Parallelamente procede l’inchiesta per chiarire cosa non abbia funzionato nella catena del trapianto. Tra le ipotesi, quella di una conservazione non corretta del cuore. «Il ghiaccio secco raggiunge temperature estremamente basse, fino a -78 gradi – ricorda Bassetti – mentre un cuore deve essere mantenuto intorno ai 4 gradi. Temperature così basse possono danneggiare irreversibilmente i tessuti».





